Misure di contenimento

L’antico e pericolosissimo gioco del magrasso

È arrivato l’autunno e grazie alle misure di contenimento non si può più bere in piedi, quindi dovendo stare seduti (all’aperto per giunta perché dentro non c’è posto, e per fortuna perché il Mauri è ipocondriaco) per alcune decine di minuti, mentre sorbiamo i nostri spritz, abbiamo deciso di intrattenere il tempo introducendo nelle nostre abitudini l’antico e pericolosissimo gioco del madrasso (che io credevo che si dicesse magrasso).

VENEZIA — Per giocare all’antico e pericolosissimo gioco del madrasso serve un mazzo di carte e quattro giocatori. Due dei quattro giocatori (io, per servirvi — anche se non servo a niente, Andrea Silvestri, e il qui presente — con sciarpa e berretta di lana — Maurizio detto Mauri Vianello) li conoscete già, come si spera conosciate già anche le carte da gioco, per cui è inutile che ve li presento.

Delle carte che si usano per il magrasso sappiate che sono trevisane (per un punto Martin perse la capa; se ti perdi tuo danno; non ti fidar di me se il cuor ti manca; non val sapere a chi ha fortuna contra; la vecchia, mercurio sul due di spade e via dicendo) ma se proprio volete potete usare qualsiasi altro mazzo da quaranta carte (mi sento già il mal di mare).

Ma gli altri due no, non li conoscete. Ancora. E forse era meglio che non li conoscevate neanche adesso. Comunque, resta il fatto che essi gravitano come molti, ma con frequenza maggiore, attorno alla beneaugurantemente nomata osteria di Ciang «Agli Amici» qui in campo della Bragora, e come tali nelle loro orbite più o meno eccentriche, sono stati infine catturati al nostro tavolo da gioco.

Essendo che, come che è e come che non è, le disposizioni vigenti proibiscono di stare in piedi, e dentro non si può stare seduti, Chang ha messo fuori un po’ di tavolini comprati su internet, che sono un miracolo di ingegneria statica («li go comprai dai cinesi, costa pochissimo, ah ah ah» dice Chang), ed ecco qui che arriva il primo dei due: Gennaro Esposito («Esposito xe el cognome, mona») per gli amici Genny.

Egli è, orgogliosamente, veneziano discendente di stirpe partenopea. Appena finito il liceo (magistrali: «el durava quatro anni e gera pien de bele fie») il giovane Genny iniziò a frequentare un grossissimo ente del parastato amministrativo cittadino e nazionale, dove andava a riposare ogni mattina dopo importanti allenamenti notturni ai tavoli di biliardo, e di poker, in tutta la città (a volte persino in terraferma).

Con il passare gli anni l’assidua frequentazione degli uffici del grossissimo ente, e l’indole bonaria amichevole ed estremamente socievole di Genny gli permisero di ottenere un piccolo ufficio tutto per sé, in cui riposare ancor meglio dalle fatiche della notte. E persino, dopo sposato (sposato per le ripetute invincibili inesorabili imposizioni materne, sia della propria che dell’altrui madre), di riposare anche le notti, dalle fatiche del matrimonio.

Per oltre cinquant’anni, Genny ha vissuto tranquillamente il suo tran tran, tra casa e ufficio. Riducendo solo un poco la frequentazione dell’ente dal giorno in cui, finalmente, la moglie decise di andare a vivere da un’altra parte, per motivi ancora sconosciuti («me par de ricordarme che la me gaveva dito perché, ma non so’ stà atento»).

Due anni fa all’ente lo hanno scoperto e subito mandato in pensione. Genny continua a frequentarne gli uffici, «ma savè come che la xe: ormai xe tuto cambià e no conosso più nissun».

Di tutt’altra pasta invece sir Vladimir McLaren, detto Milord, un tempo giovane scapestrato discendente di antica famiglia nobile scozzese, votato in verde età «a dilapidare il patrimonio di famiglia nel più breve tempo possibile» come dice di sé, in danze sfrenate ragazze bellissime vizi estremi.

A causa di alcuni investimenti sbagliati («ero giovane, quasi sempre ubriaco, spesso drogato; e non capivo niente di finanza» è la sua candida ammissione) si è ritrovato più ricco di prima. Una decina di anni fa, stanco di vizi improduttivi, si è arenato a Venezia («città ideale per scomparire») e ha rinunciato alla sua missione («non ho più le forze di un tempo»).

Il Mauri lo considera però «ancora un depravato», poiché preferisce lo spritz aromatizzato con l’aperitivo alcolico italiano dal colore rosso-arancio e dal sapore più dolce che amaro ottenuto per infusione in alcol di arancia erbe e radici (di cui non facciamo il nome commerciale per ragioni pubblicitarie).

Genny invece prende solo spritz addizionato con l’amaro veneziano rosso cardinalizio ottenuto dalla distillazione di una trentina di erbe diverse, e giunto quest’anno al centesimo anniversario (per il nome, come sopra); ma secondo il Mauri (che non è mai contento) «lo fa per sciovinismo».

Come che è e come che non è, da un po’ di tempo incomincia a piacermi lo spritz con l’amaro al carciofo (che tutti se lo dimenticano, ma è veneziano anch’esso) ma mi tocca di berlo di nascosto che al Mauri potrebbe anche venirgli motivo di discordia.

Ma ecco che arriva anche Vladimir, e non c’è più tempo, che dobbiamo ordinare gli spritz.

Salute!

 

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