Napoleon, Napoleon, Napoleon!

Un bicentenario discusso

I francesi (ma non solo loro) si dividono, in occasione del bicentenario della scomparsa di Napoleone Bonaparte, se sia giusto celebrare un Imperatore che fu autoritario, antidemocratico, schiavista e guerrafondaio. Ma fu anche un importante statista, un valido amministratore, che aveva una visione europea e portò avanti i nobili ideali della rivoluzione francese.

NAPOLEONIA – «Quando il dottor mi visitò, la campagna mi consigliò. Disse: “non ti giova il mar e in montagna non ci puoi star”. Ed allora cosa fare senza monti e senza mare, per andare un po’ in campagna questa lagna incominciò, che campagna d’Italia si chiamò e il dottore me la ordinò. Napoleon Napoleon Napoleon. So’ forte e fiero col mio grande cappellon, tutti i cuori delle donne li conquisto col cannon, Napoleon Napoleon Napoleon. Con un’armata d’occasion, senza scarpe, senza calzon, venni in Piemonte a villeggiar, ma la guerra mi toccò far. Vinsi a Deguo e quante botte distribuimmo a Montenotte, poi la pace di Cherasco un bel giorno si firmò, il Piemonte in mutande restò lì e l’armata si rivestì. Napoleon Napoleon Napoleon. Per inviare a Giuseppina un panetton a Milano sono entrato senza il rombo del cannon. Beh, perché non mi fai il zufoletto? E allora, che abbiamo combattuto a fare se poi non sappiamo zufolare? Non so la carta consultar e volendo a Trento passar giunsi a quaranta e suppergiù mi trovai vicino a Viggiù, e da allora passo il Mincio, busso a picche e ricomincio, ma che roba questo Mincio, più lo passo e più sta lì il nemico, a vedermi si arrabbiò e la guerra ricominciò. Napoleon Napoleon Napoleon. Non mi riesce di giocare allo scopon, mi so’ fatto un solitario, ma che splendida invenzion. Napoleon Napoleon Napoleon».

Questa spiritosa e dimenticata canzoncina, intitolata semplicemente Napoleone, la cantava negli anni Cinquanta un talentuoso artista di varietà che si chiamava Renato Rascel (all’anagrafe Ranucci, 1921-1991), reso celebre dalla tivù a un solo canale in bianco e nero. Oggi, a duecento anni dalla scomparsa di Napoleone Bonaparte (1769-1821), la figura leggendaria del piccolo artigliere di Ajaccio fattosi Imperatore, continua a far discutere e dividere. Anche oltre il lecito. Si litiga soprattutto, e specialmente in Francia, se sia giusto celebrarlo o meno. Perché ebbe pregi ma anche difetti. Perché fu, in buona sostanza, un dittatore.

L’autorevole (ex?) quotidiano francese Le Monde – per dire solo una delle molte bizzarrie — si spinge anche più in là, dedicando alla spinosa questione due intere pagine (si vede che non avevano altro di meglio da pubblicare), sormontate da un enorme titolo-domanda, «Napoleone era di destra o di sinistra?» che è tanto sciocco quanto inutile, non esistendo al tempo suo queste due categorie di pensiero come oggi le intendiamo. Antoine Reverchon, nella sua monumentale articolessa, spiega che il dibattito è tra chi vede in Napoleone «l’inventore delle grandi istituzioni dello Stato francese e il propagatore dei principi della rivoluzione francese», e chi invece denuncia quello che fu il suo regime come «autoritario, guerrafondaio, patriarcale e schiavista». Messa così, non se ne esce, è chiaro.

«L’imputato ha troppi volti – sintetizza bene Sergio Romano sulle pagine de La Lettura del Corriere della Sera – Napoleone non è soltanto un guerriero, uno stratega, un uomo di Stato. È anche un legislatore, un amministratore e forse, soprattutto, un appassionato lettore dell’Enciclopedia. Conosce le esperienze del proprietario terriero, dell’imprenditore, dell’uomo d’affari. È stato spesso un combattente spietato, ma quante persone hanno approfittato delle sue strade, delle sue leggi, e delle sue grandi opere?».

Già. Ma come celebrare l’uomo che nel 1802 aveva ripristinato nelle colonie caraibiche la schiavitù abolita durante la Rivoluzione? Ma no, non fu razzista, era uno che si era formato leggendo Rousseau, quello fu solo un gesto pragmatico, che gli serviva per sedare i disordini nelle piantagioni. La schiavitù, all’epoca, c’era quasi dappertutto. In quasi tutto il mondo invece le scorribande napoleoniche hanno lasciato tracce profonde, come all’isola d’Elba, e alla fine anche un poco nostalgiche. Lo spiega meglio di tutti Corrado Augias su Il Venerdì di Repubblica: «Stiamo parlando di un uomo che in meno di vent’anni, dalla prima campagna d’Italia alla disfatta di Waterloo, mise a soqquadro l’Europa, fondò un impero, dette un impulso eccezionale alle arti, alla legislazione, ai costumi; seppe essere di volta in volta un portatore di idee di libertà e di avanzamento e un politico spietato».

Non c’è nulla da celebrare, quindi. Le celebrazioni lasciamole ai vescovi. C’è invece molto da studiare e da conoscere, che il piccolo corso ci piaccia oppure no. La sua figura di grande personaggio della storia rimane grande, intatta, con tutte le sue luci e tutte le sue ombre, con tutte le sue contraddizioni. Uno scrittore italiano dell’Ottocento, Alessandro Manzoni (1785-1873) si chiedeva, in una peraltro non memorabile poesia, se fu vera gloria, la sua (sua di Nappa, come lo chiamavano affettuosamente le ragazze di un bordello di Montecatini che frequentava negli avanzi di tempo, non dello sposo promesso). La storia l’ha data l’ardua sentenza. Fu gloria, sì. Fu gloria e vanagloria. Onore e disonore. Altare e polvere. Vittoria e sconfitta. Merde (merd, in francese), proprio come la vita.

 

LA PAGELLA

Napoleone Bonaparte. Voto: ng (lo ha già giudicato la storia)

Renato Rascel. Voto: 8

Le Monde. Voto: 5 (per la doppia paginata su Napoleone di destra o di sinistra)

Sergio Romano. Voto: 6,5

Corrado Augias. Voto: 7,5

Jean-Jacques Rousseau. Voto : 8

Rousseau (inteso come piattaforma). Voto: 4

Alessandro Manzoni. Voto: 6-

Napoleon Napoleon Napoleon