Quei prigionieri
dell’aquagranda

Alluvioni e polemiche

La moribonda Venezia ferita dalla seconda acqua alta più prepotente della storia, 1 metro e 87 centimetri contro il metro e 94 della tragica alluvione del 4 novembre 1966. Ingentissimi i danni. Ma sorprende che i veneziani non abbiano ancora imparato a convivere con un fenomeno vecchio di secoli, sollevando ogni cosa da terra e spostando in alto le prese di corrente. Dopo le centinaia di milioni stanziati con le leggi speciali e serviti a ben poco, e i miliardi buttati con il Mose, non ancora completato e di dubbia efficacia, diventa imbarazzante chiedere oggi nuove leggi e altri finanziamenti per la città lagunare. Meglio comperarsi un nuovo paio di stivali. Ma più alti. Perché le mareggiate saranno sempre più violente.

VENEZIA (r.b.) — Un vaporetto della linea 1 è spiaggiato sulla Riva degli Schiavoni, vicino all’Arsenale. Sembra una balena ferita. Neanche con l’acqua granda del ’66 avevo visto i vaporetti saltare sopra le rive. Un secondo è incastrato con un altro che a sua volta si è infilato dentro al pontile. Anche gli imbarcaderi sono quasi tutti fuori uso. Come le passerelle della maratona, distrutte. L’edicola dell’Arsenale è volata qualche metro più in là, e sta in piedi per miracolo, tutta storta. Quella delle Zattere è scomparsa, inghiottita dalle acque. Per terra, tra le calli e nei campielli, c’è un tappeto di vestiti e materassi bagnati, di cose rovinate, da buttare, di sacchi di immondizie, di avanzi di vite rubati dalle acque. Un’acqua sporca, marrone, più puzzolente del solito. Stringe il cuore il giorno dopo la nuova apocalisse vedere questo disastro.

Quello che sorprende non è tanto la misura dell’acqua alta del 12 novembre 2019 (1.87, la seconda della storia, dopo l’1.94 della grande alluvione del 4 novembre 1966), dato che a Venezia l’acqua alta (e anche altissima) non è una novità visto che arriva regolarmente da molti secoli, quanto il fatto che a 53 anni di distanza (cinquanta tre, avete letto bene) dalla tragica alluvione del ’66 la città dei Dogi non sia stata ancora messa al riparo da questo flagello a dispetto delle leggi speciali e dei molti miliardi investiti e buttati in fondo al mare.

Ma sorprende anche che chi risiede in questa città e magari abita in un pianoterra (non dovrebbe starci nessuno in realtà nei pianiterra, furono dichiarati inabitabili proprio dopo l’alluvione del ’66), non abbia ancora imparato -ma molti oggi sono stranieri e queste cose non le sanno- che proprio per via dell’acqua alta bisogna sollevare ogni cosa da terra, almeno in autunno, la stagione quando viene, e spostare in alto le prese di corrente. In questo modo i veneziani accorti (ma ormai ne sono rimasti pochissimi), limitano i disagi a una bella lavata dei pavimenti. Che tra l’altro fa sempre bene.

Bisogna proprio ascoltare le parole di uno di questi ultimi veneziani intelligenti come Arrigo Cipriani, il patron del celebre Harry’s Bar, che non ha chiuso neanche un giorno il suo locale, né adesso e nemmeno nel ’66. “Qua si lamentano sempre. Arriva l’acqua alta! Eh, certo che arriva. E se non hai ancora pensato che le prese elettriche e i motori dei frigoriferi devono stare in alto e non sotto, allora ti meriti di essere allagato. Noi siamo organizzati da sempre. Il ristorante funziona anche con l’acqua alta. Tiriamo su la roba da terra e abbiamo gli stivali. Fu così anche nel ’66. Poche ore per ripulire e il giorno dopo l’alluvione eravamo già aperti”.

Infastidisce più dell’alluvione ascoltare l’insopportabile retorica del giorno dopo. Gli appelli, le promesse, le sottoscrizioni, i vaniloqui. Tra qualche giorno se ne saranno dimenticati tutti.

Arriva l’acqua alta, e certo che arriva, è sempre arrivata. Anche con alluvioni spaventose. Ne parla addirittura Paolo Diacono nella sua “Historia Longobardorum” quando dice che, nel 589, “non in terra neque in aqua sumus viventes”. Per non parlare delle alluvioni del 728 e dell’840 (“tutte le isole restarono sommerse”), dell’875 (“l’acqua allagò tutta la città penetrando nelle chiese e nelle case”), del 1240 (“l’acqua fu alta un uomo sopra le strade”), del 1280 (“molti restarono annegati nelle case”), del 1283 (“orribile inondazione, la città è salva per miracolo”), del 1410 (“s’annegarono quasi mille persone”), del 1442 (“il danno delle merci fu oltre un million d’oro”), del 1559 (“andavano in barche per tutta la Merceria”), del 1600 (“non c’era memoria che l’acque sieno state per l’addietro a tal segno”), del 1748 (“acqua altissima”), del 1867 (“l’acqua arriva a 153 centimetri”). Confronta “Aquagranda” (Marsilio, 2016).

Il Novecento non fa eccezione. Le acque grandi più spaventose sono quelle del 1914, del 1916, 1920, 1927, 1928, 1933, 1935, 1936, 1937, 1938, 1946, 1947, 1948, 1950, 1951, 1952, 1954, 1957, 1958, 1959, 1960, 1961, 1962, 1963, 1965, fino al record di 1.94 del 1966. La più alta. Seguita dall’1.87 di adesso, dall’1.66 del 1979, 1.58 del 1986, 1.56 del 2008 e 2018, 1.51 del 1951, 1.49 del 2012, 1.48 del 2018, 1.47 del 2002, 1.45 del 2009, 1.44 del 1968.

L’allarme lanciato nel ’66 era corretto: provvedere alla salvaguardia fisica della città. Non solo per i suoi abitanti. Ma anche (o soprattutto) perché è un patrimonio dell’umanità che va consegnato integro ai posteri. (Per la verità nella prima legge speciale per Venezia era prevista anche la rivitalizzazione socio-economica della città, capitolo subito dimenticato). Per proteggerla hanno inventato il sistema di chiuse mobili chiamato “Mose”, non ancora completato e già obsoleto, di dubbia efficacia, e costato 6 miliardi di cui 2 finiti in tangenti.

Ora, con queste premesse, questo mare di soldi buttati con i miliardi del Mose e le centinaia di milioni (di lire) delle vecchie leggi speciali (che sono servite a ben poco), suona persino imbarazzante chiedere nuove leggi speciali e altri fondi per Venezia. Meglio munirsi di un paio nuovo di stivali. Ma più alti. Neanche quelli inguinali ormai bastano più.

Per non bagnarsi scarpe e pantaloni, a Venezia ci si…
Vaporetto in Riva degli Schiavoni.
Pellestrina, i Murazzi durante l'acqua granda del 1966.

Quei prigionieri dell'aquagranda