Incubo
in quarantena

Gli effetti devastanti della reclusione

Visto che durante il locdaun non si può fare praticamente niente, almeno si possono bere i cocteil e cucinare qualcosa di stravagante, tanto tempo ce n’è. Allora ieri sera ho bevuto cinque Martini (tre parti di gin, due parti di Martini, una strizzata di scorza di limone; cipolline e olive a parte, che altrimenti inquinano il sapore paradisiaco del cocteil più buono del mondo) e dopo ho divorato un quarto di agnello al forno con le patate (e il rosmarino). Questa notte però, lubrificato dal Martini, l’agnello ha galoppato avanti e indietro nel mio corpo e nella mia psiche, producendo tantissimi incubi di cui questo è l’ultimo.

COSMOPOLI — All’Ateneo Veneto, in campo San Fantin, attaccato alla Fenice, nel Mondo degli Incubi si arriva prendendo la linea blu della sublagunare (che fa un giro mostruoso per la Gronda perché così ha voluto il nostro sindaco) circa mezz’ora, più un tratto finale con il tram, altri dieci minuti. E dopo ovviamente si deve camminare perché non si può scendere direttamente in Centro Storico.

Perché vado all’Ateneo Veneto? Ma per assistere alla conferenza della nobildonna Cecilia Strozzi Manfratti Baffo per poi scriverci sopra un resoconto per le pagine elettroniche di questo delizioso aperiodico veneziano. Non so l’argomento, e nemmeno mi interessa. Mi prono al dovere causa l’affetto che mi lega al direttore editoriale, il quale mi costringe a fare ciò per oscure trame, favori indicibili, privilegi misteriosi.

Perciò, dopo aver raggiunto l’Imbuto del Molo da Calle dei Fabbri in cui abito, mi infilo nella sublagunare stipata di gente che va a lavorare. Con mascherine, guanti, e respiratori. Siccome la conferenza è anche un’occasione mondana cittadina irripetibile, ho indossato il completo (giacca pantaloni panciotto) di lino ecru, con cravatta luis-uitton in gnuans.

E proprio perché è un evento cittadino mondano culturale scic di cui si sentiva da mesi la mancanza, ci sarà tutta la città che venezianamente conta, e inoltre porto anche la mia morosa di San Marco che ci teneva tanto a venire e che si è vestita benissimo, tutta Armani, per l’occasione (e sembra anche più giovane, mio dio).

È così, mentre siamo dentro il vagone sferragliante della sublagunare, ella mi dice, sovrastando in qualche modo il fischio soffiante della velocità, del condizionatore e dei depuratori sanitizzanti: «Ma lo sai che è discendente di Alvise Zorzi Baffo?»

«Chi?» rispondo io che ho capito benissimo ma mi sembra meglio prendere tempo.

«Ma la conferenziera della conferenza» dice ella.

«Davvero?» chiedo io.

«Mm mm» annuisce ella.

«Me par impossibile!» mormoro io. Sapendo benissimo di essermi infilato in un guaio grossissimo. Perché se una cosa ho imparato da questa lunga vita scellerata (oltre che sarebbe meglio non mangiare un quarto di agnello con le patate dopo cinque Martini) è che: non bisogna mai (ma proprio mai) enunciare la parola «impossibile» (sebbene ingentilita dalla lingua madre, che suona ai forestieri come «imposibie», ma non è proprio così) alla propria morosa. Che sia di Castello, San Marco, Dorsoduro, Cannaregio, San Polo, Giudecca, Murano, Burano, Torcello, Lido, Sant’Erasmo, Vignole, Malamocco, Pellestrina e frazioni, Terraferma tutta anche oltre i confini storici. Mai.

«E NO» ribatte ella, tutto in maiuscolo: «È PROPRIO COSÌ»

Ben certo del secondo tragico errore che sto commettendo (MAI assumere un tono cattedratico con le morose, MAI) ma inevitabilmente costretto a commetterlo, tra uno sbatacchiamento e l’altro del tram (abbiamo già cambiato mezzo di trasporto, non so come) dico: «Zorzi Alvise Baffo morì a settantaquattro il 30 luglio del 1768, senza discendenti, ULTIMO della sua casata, che si estinse con lui. È scritto in tutte le biografie…»

«Si vede che si sono sbagliati», risponde ella.

Smontiamo finalmente al Convogliatore di Palazzo Grassi e proseguiamo silenziosamente, ma non troppo silenziosamente (è un’arte che ho dovuto apprendere: troppo silenzio è peggio di tante parole, ma tante parole sono molto peggio di un po’ di silenzio, insomma circa così).

Lo so, lo so; lo sapevo che era meglio non opporre obiezioni. In fin dei conti: ma che importanza ha? Se uno vuole essere discendente di un poeta erotico senza figli né parenti (neanche un terzo cugino) perché impedirglielo? Conosco discendenti (certificati) di dinastie di zar di Tutte le Russie, conti marchesi baroni PRINCIPI!, un paio di dogi eletti regolarmente e anche irregolarmente, generali e colonnelli dell’Ordine dei Templari: «Posso assistere anche alla conferenza di una discendente di Giorgio Baffo» dico io.

Ne ricevo solo una gelida occhiata.

Così insomma, la conferenza si dipana senza che io possa oggi ricordare alcunché, nella bella sala adorna dell’Ateneo Veneto, poi alla fine, quando la nobildonna conferenziera ha gentilmente accolto l’invito del presidente: «Se qualcuno vuole fare una domanda»

«Sì io!» ho detto, saltando in piedi come un sol uomo (e questa è una citazione che solo quelli che erano con me al liceo — classico — possono capire): «Se Zorzi Alvise Baffo è morto senza figli né parenti, ultimo della sua famiglia: com’è possibile che lei ne sia discendente?»

Per fortuna mi sono svegliato ed era già ora di colazione.

Lapide in memoria di Zorzi Alvise Baffo eretta dalla…

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