Rivoluzione ? No, grazie

Rivoluzione?
No, grazie

Un anniversario molto discusso

Roberto Bianchin

Suscita scalpore la mancanza di celebrazioni ufficiali in grande stile in Russia per il centenario di un avvenimento di portata storica come la leggendaria Rivoluzione d'Ottobre. Come se Putin volesse dimenticare il passato buttando a mare le nobili ragioni che generarono la ribellione contro la tirannia degli zar, per non dover ricordare anche i misfatti del sanguinoso regime dei soviet e i disastri e gli orrori del comunismo. Tra i pochissimi eventi, solo una mostra che si sforza di apparire neutrale. Anche il museo della rivoluzione ha cambiato nome. La lezione di due operai italiani.

Manifesto russo della Rivoluzione d'Ottobre (fonte: www.1917.org)

Che la Russia del temibile Vladimir Vladimirovic Putin, sempre la stessa espressione di quando indossava i panni di funzionario del temibilissimo Kgb, non abbia alcuna voglia di celebrare il centenario della leggendaria “Rivoluzione d’Ottobre”, si può anche capire dati i tempi che corrono, l’aria che tira, e i pensieri che hanno laggiù.

Nessuna manifestazione imponente, com’era nello stile dell’Unione Sovietica. Nessuna parata militare. Neanche propagandistica. Annacquata la memoria. Quasi annullato anche il ricordo. Solo eventi di profilo piuttosto basso. E in maggioranza privati. Appena una mostra, dal titolo più asettico possibile, “1917-2017, Codice di una Rivoluzione”, allestita nelle sale di quello che a Mosca era e si chiamava il “Museo della Rivoluzione”, e che da alcuni anni ha cambiato nome anche lui, trasformandosi nel più innocuo e meno inquietante (ma anche meno interessante) “Museo di arte contemporanea”.

La fine del comunismo, con la rivelazione del suo vero volto dittatoriale e sanguinario, e la sua conseguente sconfitta nel mondo, con la scomparsa (quasi ovunque) della sua pratica malsana, aiutano a comprendere questo comportamento. Ma non giustificano una decisione del genere. Che è antistorica e ingiusta. Perché non tiene conto che una cosa è il giudizio (pesantemente negativo senz’altro) sul fallimento della rivoluzione, sul regime oppressivo dei soviet, sulla mancanza di democrazia e di libertà, sui privilegi di una casta di funzionari di partito, su un potere corrotto che governava contro il popolo dicendo di operare in favore del popolo.

Altra cosa è il giudizio (assolutamente positivo senz’altro) sulla bontà della Rivoluzione d’Ottobre in quanto tale, che fu l’espressione finale di una giusta e doverosa ribellione contro gli abusi e le ingiustizie della feroce dittatura degli zar, che aveva ridotto il popolo in condizioni miserevoli. Basta guardare, al riguardo, proprio in quell’interessantissimo museo di Mosca che era intitolato (giustamente) all’epopea rivoluzionaria, quali erano le condizioni di vita a quel tempo dei contadini dei paesi, vale a dire la maggioranza della popolazione: nelle bacheche di vetro c’erano le scarpe che portavano, dei semplici sandali di cortecce di alberi intrecciate, che non servivano a nulla per proteggersi dal gelo e dalla neve che coprono quelle terre la maggior parte dell’anno.

Nel centenario di quei fatti che portarono al potere i bolscevichi e provocarono “violente battaglie e centinaia di vittime”, come annotano oggi molto prudentemente, con parole che si sforzano di essere neutrali, le fonti ufficiali del Cremlino, un Paese normale dovrebbe essere capace di distinguere, celebrando i fasti di una rivoluzione (giusta) come i misfatti del regime (ingiusto) che l’ha seguita. Se non altro per rispetto della storia, che rimane una cosa seria. Lo zar Putin ha preferito invece nascondere la memoria, tutta, sia quella buona che quella cattiva, sotto i tappeti spessi del Cremlino. Un’occasione perduta. Come quando i tedeschi (che però poi fortunatamente cambiarono idea), cercarono in principio di nascondere le tracce dell’Olocausto per non dovere fare i conti con un passato ingombrante.

Nei primi anni Settanta, quando esisteva ancora l’Unione Sovietica, il comunismo non era ancora caduto, i suoi misfatti erano solo una chiacchiera alimentata “da quelli di destra”, e anche in Italia vi era chi ammirava e sognava le conquiste del socialismo realizzato, e non erano in pochi, Primo e Nane decisero di andare a vedere per rendersi conto di persona. Per tentare di capire senza i paraocchi della propaganda.

Primo e Nane non sono nomi di fantasia. Al contrario. Primo Borghetto, ferroviere, e Nane Bortolussi, operaio, erano due dirigenti politici e sindacali a livello locale di un partito di sinistra. Non erano comunisti ma socialisti. Appartenevano alla componente di sinistra del Psi, la sinistra socialista di Riccardo Lombardi, a quel tempo la costola più avanzata e più nobile di quel partito, frequentata da vigorosi operai come da raffinati intellettuali. Ambedue con la voglia di cambiare il mondo in favore dei più deboli.

Primo e Nane si imbarcarono per Mosca con un “viaggio di studio” organizzato dai consigli di fabbrica di Porto Marghera e dalle sezioni riunite del Pci e del Psi, e rimasero in Unione Sovietica per due settimane. Visite, incontri, cene, musei, ma anche riunioni di partito con i compagni dirigenti sovietici per essere aggiornati sulle meraviglie del comunismo realizzato (scuole, ospedali, impianti sportivi, musei, in effetti apparivano efficienti), pellegrinaggio commosso al mausoleo marmoreo di Vladimir Il’ic Ul’janov in arte Lenin sulla Piazza Rossa (la sua mummia, perfettamente conservata, è sempre lì), e per non farsi mancare nulla, sfilata memorabile di sette ore e un quarto a ventiquattro gradi sotto zero, colbacco in testa e bandiera rossa in mano, infilati (tra gli ultimi) fra le delegazioni straniere cui era stato concesso il grande onore e il raro privilegio di prendere parte all’immenso corteo che il 7 novembre di ogni anno celebrava, e in pompa magna, (allora sì), la mitica Rivoluzione d’Ottobre.

Quando salirono sull’aereo che al termine del soggiorno li riportava a casa, e sedettero uno di fianco all’altro, guardarono senza espressione la coda del loro Aeroflot che s’intravvedeva dal finestrino. Non dissero nulla. Anzi non si parlarono proprio per un bel pezzo. Non che avessero litigato, no. Tantomeno perché non avessero nulla da dirsi. Erano anche due tipi piuttosto ciarlieri e vivaci, specie Primo, e senza peli sulla lingua. No, è che c’era come dell’imbarazzo. Come se avessero in realtà molte cosa da dirsi ma non sapessero da che parte cominciare. Come se uno aspettasse che iniziasse l’altro.

Cominciò Primo. Il viaggio durava tre ore. Parlò dopo circa due ore, come se avesse avuto bisogno di pensare a lungo a quello che voleva dire. Di cercare, di pesare le parole. Di trovare quelle giuste.

“Nane”, lo chiamò.

Nane fingeva di leggere una vecchia copia de “L’Avanti!” che aveva conservato dal viaggio di andata.

“Nane!”. Primo lo chiamò di nuovo.

Nane piegò “L’Avanti!” e si girò verso di lui. Era da un po’ di tempo che ci sentiva meno da quell’orecchio.

“Cosa c’è?”, rispose con un filo di voce. Tirò un sospiro. Era contento che Primo si fosse finalmente deciso a parlare.

“Devo dirti una cosa”.

“Anch’io avrei una cosa da dirti…”

“Dimmela, allora”.

“No, no, prima tu”.

“Va bene. Volevo dirti, Nane, che in questi giorni ho pensato a lungo. Ho riflettuto…”

“Anch’io”.

“Anche tu?”

“Sì, anch’io…”

“E allora?”

“No, Primo, prima tu”.

“Nane, volevo dirti che…”

Primo si fermò e guardò fuori. Stava seduto dalla parte del finestrino. A Nane parve di vedere che gli erano venuti gli occhi lucidi. Primo li nascose dietro un paio di occhiali scuri che aveva pescato da una tasca interna della giacca di fustagno marrone.

“Volevo dirti che…”

“Sì, Primo, dimmi…” fece Nane, a voce bassa, come se avesse già capito.

“Volevo dirti che è meglio se non la facciamo, la rivoluzione”.

LA PAGELLA

Primo Borghetto: voto 9
Nane Bortolussi: voto 9
Riccardo Lombardi: voto 9
Vladimir Il’ic Ul’Janov: voto 8 per la rivoluzione
Vladimir Il’ic Ul’Janov: voto 4 per il governo dei soviet
Vladimir Vladimirovic Putin: voto 5

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Luglio, 2017