Ricchione

Ricchione

(r.b.) – Tra le molte e preziose gemme che incastonano le telefonate colorite a mezzo mondo dell’inarrivabile pescivendolo-faccendiere-consigliere-del-Papi Walter Lavitola, ce n’è una davvero emblematica. Per certi versi persino entusiasmante. È contenuta, come una perla nella sua ostrica, come un pisello nel suo baccello, nella telefonata che Lavitola fa al senatore del Pdl Paolo Scarpa Bonazza Buora (non è un nome di fantasia) il 13 novembre del 2009 alle ore 14 e 53.

A colpire non è tanto il fatto che Lavitola annunci a Scarpabonazzabuora qualcosa che non accadrà mai, cioè la sua prossima nomina (sua di Scarpabonazzabuora) a ministro dell’agricoltura, quanto il tenore dello scambio di saluti fra i due.
La trascrizione della telefonata intercettata non dice come Lavitola si presenta a Scarpabonazzabuora, visto che è lui che chiama, e che, in teoria, dovrebbe parlare per primo, se non altro per educazione. Non specifica se Lavitola lo saluta con un formale «Buongiorno Senatore Scarpa», o con un più informale e amichevole «Ciao bonazza». La trascrizione si apre riportando solo la risposta di Scarpabonazzabuora: «Come stai ricchione?».

Lavitola non reagisce in alcun modo a quel fulminante «ricchione». Non risponde a sua volta con una battuta scherzosa, ammesso che quella di Scarpabonazzabuora volesse esserlo. Non si interroga su quell’appellativo, non chiede spiegazioni. Tanto meno si indigna. Dà per scontato, forse ci è abituato. Lascia serenamente correre e va subito al nocciolo della questione che gli interessa: «Fai jogging la mattina?».

Poi la conversazione prosegue su altri binari che non è il caso di analizzare. In questa sede, per motivi che non stiamo a dire qui, ci interessa solamente approfondire origine, genesi e dinamica legate alla scelta di quel curioso appellativo utilizzato da un senatore della maggioranza governativa e prontamente digerito da un consigliere del capo della stessa maggioranza governativa: «ricchione».

Scartata l’ipotesi, anche per via delle abitudini consolidate del Premier, che si tratti di un saluto convenzionale tra aderenti al partito del Popolo delle Libertà, un po’ come una volta i comunisti si chiamavano compagni, i fascisti camerati e i democristiani amici, non resta che interrogarsi, innanzi tutto, sulla questione lessicale.

Il senatore Scarpabonazzabuora, che è veneto di Portogruaro, provincia di Venezia, curiosamente non adopera termini analoghi di uso comune nelle sue terre, quali «recia» o «reciòn», probabilmente nel timore di non farsi comprendere appieno dal suo interlocutore, trattandosi di un noto meridionalista presumibilmente poco avvezzo a parlate nordiste. Ma non utilizza nemmeno il bolognese «busòne», né il romanesco «frocio», e nemmeno il napoletano «ricchiò». Anzi italianizza in «ricchione» proprio quest’ultimo vocabolo, preferendolo al pur italianissimo, ma molto meno colorito, «finocchio».

Spiegato l’enigma lessicale con la logica, elementare ma efficace, di favorire una più agevole comprensione del messaggio da parte di un interlocutore come il suo abituato evidentemente ad altri linguaggi, restano i nodi di fondo nel merito della questione: quell’epiteto, «ricchione», che a qualcuno potrebbe apparire perfino insolente, denota un’intima conoscenza fra i due, una certa familiarità, un’allegra complicità, una consolidata abitudine goliardica e adolescenziale allo scherzo e al cazzeggio, oppure sta invece a significare che Scarpabonazzabuora qualcosa sa?

E in questo senso, l’epiteto suona allora come un avvertimento? Nasconde una velata minaccia? L’ombra di un ricatto? La messa in moto della macchina del fango? Attento che farai la fine di Boffo? Il silenzio di Lavitola, che con astuta prontezza lascia volutamente cadere l’argomento, non aiuta a ipotizzare una risposta un minimo credibile.

Si possono soltanto rilevare, per analogia, alcune tracce altrettanto rilevanti, e altrettanto significative, in altre telefonate, come quella che Lavitola fa il 3 novembre del 2009 alle ore 11 e 51 al generale della Guardia di Finanza Paolo Poletti detto «James», vice capo del servizio segreto civile, al quale propone un incontro notturno «anche se non sei proprio il mio tipo», suggerendogli un garbato e innovativo cambio di look: «I tacchi te devi mette…sei più affascinante».

Va detto, per gli appassionati del genere, che anche il generale non si indigna. Anzi, abbozza condiscendente: «Farò quello che posso…visto che mo’ se po’ cambià».

Ottobre, 2011