Rester vivant Johnny

Rester vivant Johnny

Dopo la scomparsa di un mito

Roberto Bianchin

Si intitolava profeticamente così, "Rester vivant", restare vivo, l'ultima tournée di Johnny Hallyday. Come il titolo di una canzone e di un disco di tre anni fa. Come un presentimento e un desiderio. Per questo il brano è uno straordinario inno alla vita e alla voglia di non arrendersi mai. La carriera e la vita del rocker francese, un grande artista e un grande uomo. Uno comunque sempre vero. E per questo così amato. La Francia lo colloca nel Pantheon dei suoi mostri sacri, accanto a George Brassens, Edith Piaf, Juliette Greco.

Il manifesto della tournée "Rester Vivant" (fonte: Radio Perfecto).

Forse un presentimento, chissà. Forse un auspicio. Un augurio. Una speranza. Un desiderio. Un monito. Una volontà. Un bisogno. Un grido. Chissà.

Di sicuro non è stato un caso se l’ultima tournée di Johnny Hallyday, trionfale, l’anno scorso, a settanta tre anni malvissuti perché vissuti tutti pericolosamente, si intitolasse “Rester vivant”, vale a dire restare vivo, ma anche continuare a vivere, uscirne vivo, comunque sopravvivere, proprio come il titolo di una canzone e di un album di tre anni fa.

Quando cominciava a vedere dietro a sé, camminando piano, il passo sempre più incerto, l’ombra sempre più vicina della Signora.

Per questo “Rester vivant”, la canzone, è più di un manifesto. E’ un inno alla vita nel momento in cui senti che la vita comincia a abbandonarti. Per questo Johnny canta di volere ancora vivere un’avventura, di desiderare che la voglia lo bruci, di amare totalmente, di darsi, tenersi, appartenersi, credere nell’avvenire.

Vorrei che tutto questo durasse ancora un po’, racconta, abbarbicato alla vita che gli resta, con la sua voce di fumo pesante e di metallo graffiato. Restare vivo, sì, restare vivo, finché si ama, finché si sogna, finché si piange, finché si spera, finché si muore. E poi ferirsi, farsi male, dirsi le parole peggiori, sfiancarsi, rimpiangersi, perdonarsi, mettersi a nudo, dimenticare tutto, tutto quello di noi che amavamo, e poi ricominciare tutto. E aver creduto di aver vissuto.

Non ci sarà un altro Johnny Hallyday. Perché lui era – è - unico. Nel bene e nel male. Per chi lo ha amato e per chi non lo ha amato. Era unico musicalmente perché era l’unico rocker nel Paese, la Francia, dei grandi chansonnier.

Figlio di Elvis Presley, anche lui -la sua cameretta di ragazzo era tappezzata delle sue foto- e del rock and roll più forte e puro delle origini. Ma come tutti i rocker, era anche un poeta, capace di tenerezze infinite e di lenti da brividi, come la strepitosa “Quelque chose de Tennessee” che non finiresti mai di riascoltare.

E come tutti i musicisti di razza amava e sapeva spaziare nei generi, dal blues e rhythm and blues (adorava tipini come Otis Redding e Wilson Pickett), fino alla canzone d’autore, senza disdegnare i grandi classici come le canzoni popolari. Anche per questo il suo posto è nell’Olimpo della canzone francese, accanto a mostri sacri come George Brassens, Edith Piaf, Juliette Greco.

Era unico anche come uomo. Con i suoi difetti (molti) e i suoi pregi (moltissimi). Col suo affrontare la vita sempre a muso duro. Lupo selvaggio. Ispido e selvatico. Uomo di destra e anche di sinistra. Senza mai paura di niente, neanche della morte che si avvicinava. No, rester vivant. Sempre, nessuna resa mai. Rester vivant. D’altra parte era un ragazzo di strada. E non lo nascondeva, non se ne vergognava, anzi lo cantava, con rabbia con orgoglio. “Je suis né dans la rue”.

Capace di sbagliare. Umanissimo e con un cuore grande. Sempre vero. Sempre sé stesso. Senza barare mai. E questo alla gente arrivava, questo è arrivato a più generazioni che andavano insieme ai concerti. Questo essere vero. Una vera star. Non di quelle costruite in laboratorio, che difatti durano il tempo di una meteora.

Johnny è stato il contrario di una meteora. La sua carriera è stata lunghissima, e tantissime sono le canzoni che ci ha lasciato. E che continueranno a farci compagnia. Perché Johnny in fondo mica se n’è andato. Ma no. Rester vivant. Johnny c’è. Johnny c’è ancora, sempre meravigliosamente vestito di pelle, di pelle nera, sotto il sole e con la pioggia. E Johnny canta ancora, non smette mai.

Que je t’aime, Johnny.

LA PAGELLA

Johnny Hallyday: voto 9

www.johnnyhallyday.com

Dicembre, 2017