Quel fenomeno di P.T. Barnum

Quel fenomeno
di P.T. Barnum

Un discutibile fumettone americano

Michele Casale

"The Greatest Showman", appena uscito sugli schermi di tutto il mondo, è un coinvolgente musical che racconta vita e opere di Phineas Taylor Barnum (1810-1891), il celebre impresario di spettacolo che inventò il grande circo americano. Una biografia romanzata, patinata, molto glamour, ma distante dalla realtà dell'epoca. Il film peraltro è ben fatto, godibilissimo, e alla fine lascia il messaggio di un potente atto d'amore verso il circo e i personaggi, spesso bizzarri, che lo popolano, nel momento in cui il più grande spettacolo del mondo attraversa una crisi profondissima.

P.T. Barnum con uno dei suoi "fenomeni", il piccolo uomo Commodore Nutt (foto di Charles DeForest Fredricks).

Periodo insolito questo, con un film al cinema su un personaggio controverso che appartiene al patrimonio circense mondiale, mentre dall’altra parte, in televisione, si è consumata la completa cancellazione dai palinsesti Rai del Festival del Circo di Montecarlo, appuntamento fisso delle vigilie di festa degli ultimi decenni.

La brillante decisione è avvenuta per mano della “sensibilissima” ex direttrice di Rai3 Daria Bignardi; ufficialmente, per la questione animali della quale sono a conoscenza ormai anche le tende del soggiorno, ma di fatto si è trattata chiaramente di un’epurazione (arbitraria!) del vocabolo circo dal dizionario televisivo. Se n’è avuta prova con la mancata messa in onda di uno spettacolo senza animali in sostituzione.

Ritornando al cinema, la pellicola uscita in questi giorni in Italia, racconta la vita personale e imprenditoriale di P.T. Barnum. Fondatore, prima della metà dell’Ottocento, del colosso circense Americano Barnum (successivamente rilevato da Ringling) a tre piste, mastodontico chapiteau (primo esempio di circo itinerante sotto una tenda) che nei primi del ‘900, dopo la sua morte, sbarcò anche in Europa e in Italia.

Figlio di un sarto, s’innamorò della rampolla di un nobile al quale il padre andava a confezionare i vestiti. Scappano insieme contro il volere della famiglia di lei (un classico, ma si sa, gli americani in questo tipo di storie primeggiano incontrastati), e acquisteranno, dopo mille peripezie, un teatro che, animeranno, prima di mostri imbalsamati, e poi di persone affette da menomazioni fisiche: i cosiddetti fenomeni da baraccone (“ridono di te comunque, quindi è meglio che lo facciano pagando”, dirà con spietato cinismo ad uno di loro che si era dimostrato perplesso).

Lo scopo di Barnum era diventare ricco, a qualunque costo, prima di tutto come segno di rivalsa nei confronti di un suocero prepotente. La totale mancanza di scrupoli - mascherata da un malcelato tentativo di far passare per autentico tutto ciò che in realtà apparteneva alla finzione e all’orrido - gli servirà per raggiungere tale obiettivo. Fu un critico teatrale che massacrava sul giornale a colpi di inchiostro quelle tristi esibizioni a suggerirgli la parola circo – ispirato probabilmente dalla coppia di trapezisti di colore che svettavano nella cupola dell’edificio.

Il teatro finirà in fiamme per opera di contestatori moralisti e feroci, e il dramma darà la spinta e consegnerà a Barnum l’idea di trasportare lo show sotto una tenda (troppo frettoloso nel film questo importante passaggio), che diventerà via via sempre più grande e regalerà quella fama e quel successo che tutti negli anni gli riconosceranno.

Il film, in realtà, è un musical romanzato, con canzoni ben congeniate (colonna sonora di John Debney e canzoni di Benj Pasek e Justin Paul), ma in totale se ne contano veramente troppe, diverse forzate e molte prive di apparente senso narrativo. Il bravo attore Hugh Jackman che impersona P.T. Barnum ha avuto premura di farci sapere che nessun animale impiegato nel film è vero, ma frutto delle diavolerie di un computer, dimenticandosi, quasi sicuramente, della discutibile caratura morale del suo intraprendente protagonista.

Nel complesso, comunque, al netto di qualche sentimentalismo di troppo (con gli Americani è battaglia persa), il film risulta gradevole, anche tenendo conto delle deboli proposte cinematografiche del periodo, e ben diretto dal regista Michael Gracey.

LA PAGELLA

The Greatest Showman: voto 7 (nonostante tutto)

Gennaio, 2018