Morti morbose

Morti morbose

La peste veneziana del 1576

Lucia figlia di Giacomo Cadorino e il suo amante Matteo Farcinatore sono concordemente indicati dai contemporanei come i veri responsabili dell'introduzione della peste a Venezia. Disceso da un villaggio poco discosto da Trento, l'ignaro montanaro si sarebbe recato con la donna e i due figli a casa di tale Vincenzo Franceschi in contrà s. Marziale e lì ammalatosi e morto di peste avrebbe esteso il contagio alla famiglia e poi a tutta la città.

L'appestato flebotomico (Regime contro la peste. Lione, 1520).
Andrea Mantegna, San Sebastiano (terza versione, 1506, tempera su tela, 213×95 cm Ca' d'Oro, Venezia) (fonte Wikipedia).
Paolo Preto, <i>Peste e società a Venezia (1576) Studi e testi veneziani,</i> 2 edizione, Neri Pozza, 1984 ISBN 8873053041, 9788873053040, 231 pagine
Venezia e la Peste 1348-1797, Marsilio Editori, 1979, Catalogo della mostra, pagine 380 <i>s.i.p.</i>

Questa versione divulgata con ricchezza di particolari già nel 1576 da Francesco Stabile e ripresa senza esitazioni dal notaio Rocco Benedetti, dal nobile Francesco Molino, dal nunzio a Venezia Giambattista Castagna, dal cronista veronese Alessandro Canobbio, dalle autorità di governo e dallo scrivano dei Provveditori alla sanità Cornelio Morello, fissa anche la data precisa del fatto, 25 giugno 1575, ed è stata trasmessa nei secoli successivi senza ulteriori verifiche critiche tanto che persino Ernst Rodenwalt l'ha messa a fondamento delle sue discussioni sull'eziologia e la diffusione del contagio. Lo stesso Rodenwalt peraltro, tracciando un quadro della catena della peste nell'Europa occidentale, ha messo in evidenza come l'ignoranza della vera causa del morbo, la connessione topo-pulce-infezione, abbia condizionato in senso negativo per tutto il Cinquecento la ricerca di rimedi e di efficaci misure di isolamento degli individui e delle città.

Fino alla recente scoperta degli antibiotici e della fondamentale distinzione tra peste polmonare, trasmessa direttamente, e peste bubbonica, trasmessa in via indiretta, la medicina si è rivelata impotente di fronte a questa terribile malattia.

Nel 1576, quando ancora tanto vaghe ed imprecise sono le nozioni mediche, l'individuazione di una via terrestre di diffusione del contagio si fonda sulla concreta esperienza di altre pesti veneziane ed europee del lontano e recente passato; l'amore dei cronisti e degli storici per la puntigliosa ricerca del primo auctor della catastrofe dà un nome ed un volto, non solo a Venezia ma anche nelle altre città di Terraferma, ai presunti responsabili dell'introduzione dell'epidemia. La semplicistica spiegazione degli storici cinquecenteschi non è da rifiutare in blocco, ma solo da rettificare ed integrare con altri dati ed osservazioni ricavabili dalle fonti narrative e documentarie coeve.

Paolo Preto, Peste e società a Venezia (1576) Studi e testi veneziani, 2 edizione, Neri Pozza, 1984 ISBN 8873053041, 9788873053040, 231 pagine

Negli anni 1575-77 più di 50.000 cadaveri furono rimossi e seppelliti al Lido. Migliaia di case furono vuotate e il contenuto fu inventariato e quindi o bruciato o disinfettato per bollitura, immerso in acqua corrente salata o seppellito nella sabbia. Ci si prese cura di decine di migliaia di veneziani ricoverandoli e nutrendoli nei lazzaretti, sulle barche o nelle isole della laguna, o in quarantena a domicilio. La malattia a quest'epoca si manifestava con sintomi particolarmente terrificanti — bubboni di varia grandezza e dolorosità negli inguini, nelle ascelle o sotto le orecchie; carbonchi in varie parti del corpo, macchie rosse, nere e violette, e segni come di frustate sul corpo. Vi era inoltre febbre, mal di testa, sete, vomito, feci fetide e spesso piene di vermi, talvolta delirio. Il trattamento medico, basato sulla nozione che si dovesse trarre dal corpo il veleno della peste, era esso stesso un tormento. Si usava il salasso, tramite sezione della vena, o sanguisughe, o coppe, o scarificazione (una serie di incisioni sulla pelle). Si applicavano irritanti alla pelle per produrre vesciche che venivano poi fatte scoppiare per trarne ciò che si riteneva fosse veleno. I bubboni e i carboni erano ammorbiditi con unguenti e poi incisi con la lancetta o cauterizzati. Oltre a tutto ciò, si somministravano lassativi e clisteri. Non fa quindi meraviglia che i contemporanei descrivessero il Lazzaretto Vecchio e le altre isole che ne integravano la funzione come un inferno, con tre o quattro pazienti per letto e con una tale scarsità di personale che si diffusero voci su pazienti gettati nelle fosse comuni ancora semivivi. D'altra parte, al Lazzaretto Nuovo le autorità sanitarie operarono una specie di piccolo miracolo con un'armata di piccole barche ormeggiate tutt'attorno, usate come unità di quarantena, dove dalla 8 alle 10.000 persone erano prese in cura e nutrite.

Richard J. Palmer, L'azione della Repubblica di Venezia nel controllo della peste. Lo sviluppo della politica governativa. in A.A. V.V. Venezia e la Peste 1348-1797, Marsilio Editori, 1979, Catalogo della mostra, pagine 380 s.i.p.

Qualche parola sulle immagini a corredo

L'appestato flebotomico (Regime contro la peste. Lione, 1520)

La tavola mostra i punti di apparizione dei bubboni e la corrispondente vena dalla quale si può effettuare il salasso. Questa immagine ripropone lo schema dell'uomo flebotomico del Regime contre la pestilence per les medecins de Basilée, 1519. Si legge in Pietro da Tossignano, per la cura del bubbone: «... se lo apostema è sotto l'assella sinistra si deve trare el sangue dal braccio destro et dala vena commune. Se drieto a lo orecchio: tragasi el sangue dalla vena dela testa del lato medesimo dala mano. Se nele anguinaglie: dala saphena de quel lato». Qualche variante troviamo in Girolamo Savonarola: «... che apparendo la gianduia soto il scayo dextro, far si debbe il salasso ne la salvanella di la mane dextra, che sè la vena fra l'anulare digito e il picolo. Ma se aparerà sotto il senestro, fazasse dil pede senestro di la vena apresso la chavicula. E cussi, apparendo il la inguinaia dextra, fazasse de la cavicula dextra; e in el sinistro, ne la sinistra».

San Sebastiano di Mantegna

Nel corso dei secoli San Sebastiano si affiancò, e a volte sostituì, San Rocco come protettore dalla peste. Parrebbe strano, dato che San Rocco dalla peste guarì, mentre San Sebastiano non c'entra nulla. La causa di ciò sembra poter essere spiegata con la diversità dei sintomi del morbo nelle epidemie dal quattrocento in poi, quando si diffuse, accanto alla bubbonica, anche la versione polmonare, rapidissima nell'uccidere le sue vittime, tanto che cadevano come appunto trafitte da frecce anche per i campi e le calli. In questo dipinto di Andrea Mantegna (il terzo dedicato al santo, con variazioni che qui non è il caso di analizzare in dettaglio, ma tese a sottolineare la solitudine dell'uomo di fronte alla morte) notare il cartiglio appeso alla candela, nell'angolo in basso a destra; esso recita: NIHIL NISI DIVINVM STABILE EST / COETERA FVMVS, "Nulla è durevole tranne Dio: il resto è fumo". L'analogia tra le raffigurazioni di San Sebastiano e l'Appestato Flebotomico di cui sopra è a rischio e pericolo del lettore (così come con l'Uomo Ferito, l'Uomo Zodiacale e altre mappe antropomorfe di cui qui non diamo illustrazione).

Aprile, 2013