La morte a Venezia

La morte a Venezia

Le ultime pagine di Aschenbach
secondo Thomas Mann

Alcuni giorni dopo, Gustav von Aschenbach, sentendosi poco bene, uscì dall'Hotel des Bains in un'ora del mattino più tarda del solito. Aveva avuto da lottare con certi accessi di vertigini, soltanto semisomatiche, accompagnate da una paura in continuo aumento, da una sensazione di mancanza di scampo e di prospettive, di cui non riusciva a capire se si riferisse al mondo esterno o alla sua propria vita.

Un fotogramma dal film Morte a Venezia di Luchino Visconti (fonte Wikipedia).

Notata nell'atrio una grande quantità di bagagli pronti per il trasporto, chiese a uno dei guardaporte chi fosse a partire, e in risposta ebbe quel nome nobile polacco che, in fondo, s'era aspettato. Lo ascoltò, senza che i suoi lineamenti deperiti si alterassero e con quella lieve alzata del capo con cui si dà incidentalmente atto di qualcosa che non era necessario conoscere, e chiese ancora: «Quando?» Gli fu risposto: «Dopo il pranzo.» Annuì e si diresse verso il mare.

L'atmosfera era inospitale. Sulla superficie ampia e piatta dell'acqua, che separava la spiaggia dal primo esteso banco di sabbia, correvano, dal mare verso terra, brividi increspanti. Autunno, sopravvivenza sembravano essersi adagiati su quel luogo di spensieratezza, un tempo animato tanto policromo e ora quasi deserto, dove la sabbia non veniva più pulita. Una macchina fotografica, apparentemente senza padrone, era sul treppiedi, all'orlo del mare, e un panno nero, allargato sopra, svolazzava schioccando al vento già più fresco.

Tazio, con due o tre compagni, quelli che gli erano rimasti, si muoveva a destra, davanti alla cabina dei suoi, mentre, una coperta sui ginocchi, quasi nel mezzo tra il mare e la fila delle cabine, riposandosi su una sdraio, Aschenbach lo guardò ancora una volta. Il gioco, non sorvegliato in quanto le donne forse erano occupate nei preparativi di viaggio, procedeva disordinato e stava degenerando. Quel robustone con il vestito a cintura e i capelli neri impomatati, chiamato «Jasciu», irritato e accecato da un getto di sabbia in faccia, costrinse Tazio alla lotta, che finì presto con la caduta del bello, più debole. Ma, quasi nel momento della separazione il sentimento servile dell'inferiore si fosse tramutato in crudele brutalità per vendicarsi di una lunga schiavitù, il vincitore non abbandonò il soccombente, ma premette, inginocchiandosi sulla sua schiena, il viso di lui tanto a lungo nella sabbia, che Tazio, in ogni caso già senza fiato per la lotta, minacciava di soffocare. I suoi tentativi di disfarsi dell'oppressore erano spasmodici, per istanti cessarono del tutto, riprendendo poi solo come sussulti. Inorridito, Aschenbach voleva balzar su per salvarlo, quando il brutale abbandonò finalmente la vittima. Tazio, pallidissimo, si alzò per metà, restando, appoggiato ad un braccio, parecchi minuti immobile, i capelli scomposti, gli occhi offuscati. Poi, alzatosi completamente, s'allontanò pian piano. Lo richiamarono, prima vivaci, poi inquieti e pregando: lui non ascoltava. Il bruno, forse preso subito da pentimento per l'eccesso, lo raggiunse cercando di rappacificarlo. Un'alzata di spalle lo respinse. Tazio camminava di traverso giù in direzione del mare. Era a piedi nudi e portava quel vestito di tela rigata con la cravatta rossa.

Sull'orlo dei flutti, il capo chino, s'indugiò a disegnare con la punta del piede, nella sabbia umida, delle figure, inoltrandosi poi nell'acqua bassa, che nel punto più profondo non arrivava a bagnargli i ginocchi, l'attraversò, camminando fiacco fino al banco di sabbia. Là si fermò un momento con il viso rivolto lontano, mettendosi poi a percorrere lento, a sinistra, la lunga e stretta fascia di sabbia scoperta. Separato dalla terraferma da un largo specchio d'acqua, separato dai suoi compagni dal suo risentimento orgoglioso, figura appartatissima e isolata, i capelli svolazzanti, vagava laggiù fuori, nel mare, nel vento, davanti all'infinito nebuloso. Un paio di volte si fermò a guardare. E improvvisamente, quasi spinto da un ricordo, da un impulso, volse il busto, una mano sul fianco, mutando la sua posizione primitiva, e guardò oltre le spalle, verso la spiaggia.

Lo spettatore era seduto là come un tempo, quando per la prima volta, lanciato da quella soglia, quello sguardo grigio crepuscolo aveva incontrato il suo. La testa, appoggiata allo schienale, aveva seguito, lenta, i movimenti di quello che laggiù camminava, poi si alzò, quasi a incontrare lo sguardo, e ricadde sul petto così che gli occhi guardavano dal basso, mentre il viso mostrava l'espressione floscia e intimamente abbandonata di un sonno profondo. Lui però si sentiva come se il pallido e amato psicagogo là fuori gli sorridesse, lo chiamasse; come se, togliendo la mano dal fianco e additando un punto lontano, si librasse in avanti nell'immensità promessa. E, come già altre volte, si accinse a seguirlo.

Passarono minuti prima che accorressero in aiuto dell'uomo caduto sul fianco, nella poltrona. Lo portarono in camera sua. E il giorno stesso, un mondo impressionato e deferente apprese la notizia della sua morte.

tratto da Thomas Mann, La morte a Venezia (introduzione di Cesare Cases; traduzione di Bruno Maffi) Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 1990, 114 pp., ISBN: 8817115355.

Aprile, 2013