La moda che scotta

La moda che scotta

Paolo Fiorindo

Tutti al mare, a mostrar le chiappe chiare, recitava la canzone. Spiaggia e sole hanno prodotto un oceano di canzonette, che vi potete divertire pure a cercare di ricordare. Ognuno di noi magari le ha anche vissute di persona, da Piccolo grande amore (la mia) a Sapore di sale (la sua) a Un'estate al mare (di quell'altra) alle più recenti, i tormentoni estivi che incantano e divertono a ogni nuova stagione balneare le morosette più fresche. Che non sanno che meno di un secolo fa quelle riviere piene zeppe di alberghi bazar gelaterie cresciuti come funghi erano solo dune abbandonate, ritenute senza alcun pregio e covi di ladri, malandrini e prostitute.

Il finto mare dei poveri. Colonia solare Galeazzo Ciano in via Roma a Torre di Mosto. I bambini del paese avviati alla pratica dell'abbronzatura coatta. Il mare non c'è, al posto della sabbia ci sono i sassi. (Foto Archivio Beppe Ave).

E che al posto delle larghe strade che le collegano alle città c’erano solo campi popolati da contadini, muli e buoi. Ma veniamo al dunque. La moda dell’abbronzatura cominciò a prendere piede nei primi anni del Novecento, quando l’ideale estetico di bellezza e nobiltà, il pallore, cominciò a essere messo in discussione. In questi anni cominciarono a diffondersi infatti le scoperte medico-scientifiche che imputavano alcune malattie, come il lupus o il rachitismo, alla mancanza di vitamina D.

Le classi più abbienti, seguendo i consigli medici, cominciarono a trascorrere il tempo all’aria aperta, a fare bagni di sole e andare in vacanza al mare (seguendo la cosiddetta elioterapia, divenuta di moda in quegli anni), mentre le classi più povere, non più impegnate nei campi bensì nelle fabbriche, come gli operai, smisero di prendere il sole e divennero sempre più bianche e pallide. La pelle abbronzata divenne quindi un lusso: stava a significare che ci si poteva permettere di andare in vacanza.

Un ulteriore impulso alla moda dell’abbronzatura fu dato da un’icona come Coco Chanel, assidua frequentatrice delle stazioni balneari e amante delle attività all’aria aperta. Negli anni ’20, di ritorno da una vacanza sulla riviera francese, affermò: “Nel 1929 una donna deve abbronzarsi. L’abbronzatura dorata è chic”. Comprensibillmente la pelle abbronzata divenne in breve tempo un vero e proprio must nel mondo della moda e del costume.

I primi film hollywoodiani a colori degli anni ’30 consacrarono e massificarono le carnagioni abbronzate delle dive, sempre più spesso protagoniste di film girati in esterna. Il Duce intanto propagandava la forma fisica atletica del genere italico, mentre la ferrovia adriatica lambiva Rimini, Riccione e la costa romagnola ormai purificata dai briganti (diciamo).

Negli anni ‘40, l’introduzione del bikini da parte del sarto francese Luois Reard, e l’invenzione della lampada abbronzante, sancirono la consacrazione della tintarella su quasi tutto il corpo, e non solo su viso e braccia.

Durante la seconda guerra mondiale, l’onda dell’abbronzatura fu cavalcata dalle pin-up, ragazze ammiccanti e sorridenti spesso fotografate o disegnate in succinti costumi da bagno che facevano sognare gli uomini, soprattutto i soldati che erano andati in guerra. Proprio loro, al ritorno in patria dopo aver combattuto nel sud-est asiatico, nel Mediterraneo e del sud del Pacifico, imporranno definitivamente l’abbronzatura in America, e contribuiranno ad identificarla come status di salute e forza.

Da allora l’abbronzatura ha preso sempre più piede, pubblicizzata da culture giovanili come quella dei surfisti, da attrici e attori, cantanti e modelle, ed è divenuta uno dei ideali estetici più in voga, almeno fino a pochi anni fa.

Dopo i disastri nuclerai di Chernobyl e Fukusima (per non parlare di quelli taciuti) le radiazioni solari sono state oggetto di complicati studi scientifici i cui esisti non sono mai stati resi pubblici.

Sinteticamente, come un temino da scuola media, ci siamo dati una essenziale spiegazione del fatto che, pressoché tutti, dal piccolo operaio al grande industriale, si senta in obbligo di mantenere moglie e amante al mare, per poi farne ammirare la bronzea pelle che rimanda a ben altri pensieri. Esso, essi, non smetteranno certo di scoparsi la segretaria pallida e smidepressa, ma lo status deve essere mantenuto, come la macchinona presa in leasing per rappresentanza. Egli, l’uomo di casa e di azienda, conviene che si professi renitente al fatto di sopportare la graticola marina estiva. Come un guerriero rinascimentale può ostentare l’abbronzatura solo nelle zone del corpo non coperte dall’armatura.

Poi ci sono quelli diafani e pallidi, che girano solo di notte e ben al distante delle zone turistiche balneari. Preferiscono ville secolari o vecchi castelli sui rilievi collinari e montani, e la loro attenzione è rivolta a donne (o uomini) di altra natura, che usano fare ben altro che andare a spogliarsi e distendersi sulla sabbia per deporre le uova in una buca come le tartarughe. A questi l’acqua del mare non piace, bensì preferiscono altri liquidi più densi e impegnativi. Se ne sente parlare da oltre due secoli, i romanzieri hanno saputo ben ricamare e far fruttare le storie torbide e inquietanti delle loro vite e dei loro amori. E nemmeno esistono tante canzonette scanzonate ispirate alle loro gesta. Tranne, forse, Tintarella di luna.

Giugno, 2017