Il martire della stampa

Il martire
della stampa

Luigi Dottesio
impiccato per ordine di Radetzy

All'alba dell'11 ottobre del 1851, nel campo di Marte davanti a Santa Maria Maggiore, da un boia incapace venuto da Graz è impiccato Luigi Dottesio, tipografo comasco. Mazziniano, era stato arrestato in gennaio presso il confine svizzero con documenti compromettenti. Aveva già distribuito a Milano e a Verona opere di propaganda antiaustriaca stampate nella Tipografia Elvetica di Capolago. È stato processato assieme al libraio veneziano Vincenzo Maisner, cui la pena capitale è stata commutata dal feldmaresciallo Radetzky, governatore del Lombardo-Veneto a dieci anni di lavori forzati ai ferri pesanti. Il boia, inetto, e poi suicida, fa soffrire Dottesio che manda un urlo straziante per un quarto d’ora fra l’orrore dei presenti.

Ritratto di Luigi Dottesio, patriota comasco, conservato presso il museo civico di Como (fonte Wikipedia).
Karl von Gorzkowski governatore militare di Venezia in una litografia di Melchiorre Fontana del 1850 (fonte Wikipedia).

VENEZIA (l.c.) — Protomartire tipografico, Luigi Dottesio fu tirannicamente ed orrendamente impiccato a Venezia a causa di materiale stampato: il suo passaporto scaduto, e carte compromettenti il cui possesso gli austriaci consideravano reato passibile di pena capitale. Già combattente rivoluzionario per l'unità d'Italia nella prima guerra d'indipendenza, Luigi Dottesio si specializzò nella propaganda a mezzo stampa diffondendo nel nord Italia libri, giornali, proclami, e stampati rivoluzionari della Tipografia Elvetica di Capolago, la casa editrice clandestina dei patrioti del Risorgimento.

Avendo viaggiato e lavorato in clandestinità per anni, pare strano che un esperto come Dottesio si facesse prendere alla frontiera con del materiale pericoloso, e con il passaporto scaduto: forse in preda all'agitazione (doveva sposarsi, ma la promessa sposa non giungeva) si era dimenticato di avere in valigia anche un piano insurrezionale e una circolare di istruzioni della mazziniana Società Patria (uno dei peggiori nemici dell'Austria); forse fu tradito dal segretario della tipografia, che era stato ragioniere di un vescovo filoaustriaco e, secondo la questura genovese, era anche una spia austriaca; forse fu venduto da gazzettiere bresciano al servizio dell'Aquila Bicipite.

Comunque Luigi Dottesio fu vittima del terribile giro di vite che il feldmaresciallo Radetzky stava imponendo ai territori del Lombardo-Veneto dominati dall'Impero Austriaco, applicando il codice militare di guerra ed estendendo furiosamente il novero dei reati, nella ferrea e barbara convinzione che impiccare le persone serva a mantenere floridi i tiranni. Il che purtroppo è vero, anche se per poco tempo.

Nell'anodina notificazione a firma del generale di cavalleria e governatore militare di Venezia, il conte d'origine polacca Karl von Gorzkowski, si legge: «Luigi Dottesio nativo di Como ed ivi dimorante di anni 36 celibe già vice segretario presso la Congregazione municipale in Como ed ultimamente agente della famiglia Bonizzoni confessò previa legale rilevazione del fatto d'essersi trovato in relazione colla direzione della Tipografia Elvetica nella Svizzera d'aver avuto in consegna nel 12 gennaio di quest'anno dal direttore di detta tipografia una istruzione della così detta Società Patria, Società la quale nelle sue tendenze e nei suoi principi è diretta contro l'esistenza dello Stato e contro l'attuale forma di governo unitamente ad altre carte che riferivansi alla diffusione di opere pericolose per lo Stato ed eccitanti alla rivolta, e di averle trasportate dalla Svizzera in queste Province coll'intenzione di consegnarle a certo Forni in Milano; fu convinto inoltre mediante concorso di circostanze d'aver cooperato alla diffusione delle opere rivoluzionarie stampate nella Tipografia Elvetica; d'aver fatto una gita nell'agosto dell'anno passato nelle Province Venete allo scopo di esplorare nelle medesime lo spirito della popolazione e la sua eventuale inclinazione a ripetuti movimenti rivoluzionari e di procurare anche in queste Province un ulteriore smercio delle suaccennate opere della Tipografia Elvetica.

Vincenzo Meisner nativo di Venezia di anni 31 celibe di condizione libraio confessò previa legale rilevazione del fatto di aver ricevuto nel mese di gennaio da uno sconosciuto 4 in 5 programmi concernenti il così detto prestito nazionale italiano aperto dall'agitatore Giuseppe Mazzini di averne consegnato un esemplare al dott. Flora di Treviso e di essersi in tal modo reso colpevole della ulteriore diffusione della impresa rivoluzionaria alla quale mirava il summentovato prestito.

Radunatosi quindi il giorno 5 settembre p.p. il Consiglio di guerra in pieno ha giudicato ad unanimità di voti doversi li sunnominati Luigi Dottesio e Vincenzo Meisner ritenere colpevoli del delitto di alto tradimento a senso dell'articolo 5 di guerra e dell'articolo 61 del codice penale e militare in combinazione col proclama 10 marzo 1849 di S.E. il signor Feldmaresciallo conte Radetzky e come tali condannare alla morte colla forca.

Rassegnate tali sentenze alla prefata Ecc. del signor Feldmaresciallo conte Radetzky ha trovato di confermare ed ordinare la esecuzione di quella riferibile al Dottesio e così pure di confermare in via di diritto quella pronunciata contro il Meisner commutandogli però in grazia la pena capitale a dieci anni di lavori forzati con ferri pesanti.

Pubblicate le stesse sentenze l'8 corrente fu eseguita nella mattina d'oggi quella contro il Dottesio e furono date le opportune disposizioni per l'esecuzione della pena che risguarda il Meisner Venezia li 11 ottobre 1851.

Nel 1868 i resti di Luigi Dottesio furono portati da Venezia a Como e deposti nelle urne destinate ai caduti del 1848.

La tragica vicenda del rivoluzionario tipografico Dottesio è infine ed inoltre paradigmatica di come rivoluzionari e tipografi siano, per lor natura, ma non per convinzione, destinati in perpetuo alla generazione della discordia. A pochi mesi dalla sua esecuzione, due indomiti patrioti torinesi, Enrico Lavelli e Pietro Perego, così scrivevano della sua morte: «Ma morire! morire come un ladro sulla forca a cagione di uno scritto creduto rivoluzionario! questo è troppo! Il sangue del Dottesio grida vendetta sugli Austriaci non solo, ma sui federalisti, sui rimbambiti fanciulli di Capolago che onde spacciare le loro edizioni le quali altrimenti resterebbero d'ingombro nei magazzeni fingono segrete associazioni politiche, e per rassodare li interessi tipografici vendono a quasi duplice prezzo di catalogo li opuscoli di De Boni e le indigeste storie di Cattaneo abusando delle idee liberali e della buona fede delle provincie Lombarde. Noi che amavamo e stimavamo l'anima candida di Luigi Dottesio che ebbimo sempre per verace ed intimo amico, noi che stando ultimamente in Lombardia sotto la verga del croato, lo vedemmo colla coscienza e col coraggio dell'uomo veramente convinto della giusta causa presa a difendere correre di casa in casa, di società in società spargendo i proclami rivoluzionari, i libri più importanti scritti dalli apostoli della libertà, non potevamo a manco di acremente rimproverare chi con imprudente dabbenaggine conduceva su patibolo questa mano ferma quest'anima leale che tanto bene avea fatto e che molto di più poteva farne ancora per la nostra emancipazione. Federalisti! Voi avete colle vostre stoltezze dato campo a Radetzky di legalmente condannare uno di quei pochi che tutto affrontano per il trionfo della democrazia! Avete fatto morire Dottesio che però non ebbe mai fiducia nelle vostre utopie e visse unitario morì unitario credendo in Mazzini. Quel sangue grida vendetta! quel sangue che avete fatto versare vi tormenterà di meritati rimorsi perchè sparso senza scopo senza interesse per vostro capriccio».

In I Misteri Repubblicani e la Ditta Brofferio, Cattaneo, Cernuschi e Ferrari di Enrico Lavelli e Pietro Perego, Torino, Tipografia Ferrero e Franco 1851.

Aprile, 2013