I venti della palude

I venti della palude

Cronaca di un pittore nuziale

Paolo Fiorindo

Qui, nella bassa veneziana della bonifica, nella campagna piatta senza paesaggio che d’inverno ricorda il deserto del Sahara (vedi la bonifica del Loncon appena sotto Concordia Sagittaria romana), il vento non ha ostacoli e fila via leggero e violento, a seconda delle stagioni.

La Rosa dei Venti nuziale di Paolo Fiorindo (su gentile concessione dell'autore).

Qui, in estate, quando si avvicendano furiosamente caldo e freddo, nasce la Bissa bògoea, la tromba d’aria che percorre una decina di chilometri, ad arco, finché va a placarsi in quel di Ceggia, al massimo a Cessalto, abbattendo vecchi pioppi e scoperchiando tetti mal posati. Qui la bora taglia la pianura e penetra nelle ossa anche se sotto le braghe di frustagno hai le mutande di lana. La Bora fa miseria, fa rintanare la fauna e fa abbaiare i cani. Fischia sulle finestre chiuse e cerca di entrare, come il vampiro sotto forma di spirito volatile. Lo Scirocco porta l’umido che marcisce i muri: il Libeccio, che qui si chiama Garbìn, altrettanto. Anzi peggio, marcisce la semente di frumento, che così non diverrà mai spiga da mietere. Il Maestrale gira al largo, qui viaggia affievolito, è poco nominato: come il Phoen è roba per montanari o marinai e non per gente anfibia di valle e di casoni.

I mietitori di strame, memorie rese eterne dai libri di Pascutto e dai quadri di Pancino e Pizzinato, la bava ce l’avevano in faccia al mattino presto. Aurore e albe scure battezzate da frustate d’aria inquieta, criptate dal cielo nuvoloso che impediva al sole di sciogliere la brosa, la brina che intirizziva le dita coi diavoeti, che se non si mettevano presto al caldo di un focolare si potevano spezzare.

Eccoli qua i venti, con la loro regina Tramontana, fatti persone (tutti ritratti di gente esistente, ma non si dice di chi). Li ha dipinti il Fiorindo, artista nativo, nella sala della casa di una giovanissima coppia di novelli sposi. Regalo di un amico per celebrare l’amore coniugale.

Andò così: una sera di luglio i due ragazzi si presentarono dal pittore: venga a vedere la nostra casa, avremmo una grande nicchia che ci piacerebbe che lei dipingesse, gli dissero. Erano più di tre metri di larghezza.

Videro alcuni disegni, anche fatti sotto i loro occhi. Il pittore cercò di capire cos’avrebbero gradito, in fin dei conti si trattava di un’opera murale che avrebbe dovuto far compagnia per molto tempo, forse per sempre, alla nuova famiglia.

Si parlò di storie e leggende locali, poiché i ragazzi (come del resto il pittore) non avevano le idee chiare tranne che su una cosa: il dipinto doveva avere un senso.

La volontà c’era, mancava il soggetto. la solita tragedia insomma, si cerca qualcosa ma senza sapere bene cosa. Poi dalle carte del pittore uscì un vecchio bozzetto a matita di qualche anno prima. Un’idea un po’ gotica, allegorica, potente e impegnativa. Fuori luogo, pensò il pittore. Invece ai ragazzi piacque: aggiungici la Bissa bògoea aggrovigliata alle nubi, chiese la ragazza che l’aveva vista in un altro quadro esposto nell’atelier del pittore. Che fece il bozzetto e lo colorò, e fu approvato subito.

La casa era nuova, tranquilla, in mezzo alla campagna, circondata da un grande parco d’erba stagno ed eclettismo di piante. Il pittore lavorò con grande serenità, assistito dalla madre della sposa, ragazza premurosa che non lesinò pasticcini caffè e altri golosi intermezzi di cibarie. Giorno dopo giorno (il pittore lavorava dalle nove del mattino alle sette di sera) le figure uscirono dal muro, prima come fondi di colore piatte e poi sempre più dettagliate nei particolari. La pioggia a intermittenza che guastò l’estate non influenzò lo spirito del genius loci, anzi, rese l’atmosfera più mite: il luogo era asciutto e ventilato, i colori si stratificavano senza stridore, lentamente e delicatamente. Occhi curiosi si soffermavano sull’opera in progresso quel tanto che bastava, per non disturbare il pittore sempre vestito di nero che, come un pipistrello, stava aggrappato alla parete ora di qua ora di là, creando di sé una silhouette nera immobile e laboriosa davanti ai colori della scena.

Passarono così tre settimane d’agosto, o qualche giorno di più. Il lavoro venne consegnato, con soddisfazione di entrambi, committenti soprattutto (si sa, i pittori sono gente che raramente è completamente soddisfatta della propria opera). Ma stavolta il pittore lo ammise, aveva lavorato al massimo delle sue possibilità, in un ambiente propizio. E ringraziò i committenti coraggiosi, era anche merito loro se l’impresa era riuscita perfettamente.

Non si ricordavano, forse (gliene fece memoria il pittore) che l’istinto che li aveva mossi nella loro richiesta era tipico della tradizione cinquecentesca: la pittura matrimoniale celebrativa, in cui si erano cimentati e avevano trovato espressione anche i grandi maestri del passato.

Così, in anni dove si restaura e si mostra a non finire, qualcuno, nel profondo della campagna veneziana, continua a creare. La città fiacca, vecchia e spenta celebra se stessa in turismo sporco e musei di memoria triste e morta, la campagna vitale, nervosa e produttiva invece, con la sua energia giovane e vogliosa celebra la vita e la fiducia nel futuro. Con la speranza che gli antichi venti, il sistema d’aria condizionata del Pianeta, che continuamente risorgono e soffiano a seconda delle stagioni e dei grovigli delle correnti aeree, incuranti di mode idee e convenienze, spazzino cieli terre e coscienze dall’immobilità e dal fatalismo che mai come ora tenta di deprimerci l’avvenire.

Ottobre, 2014