Dietro le quinte del Teatro La Fenice

Dietro le quinte
del Teatro La Fenice

Narrato da un attrezzista tramite una scrittrice

Diego Del Puppo, attrezzista del Teatro La Fenice a Venezia dal 1983 al 2001, artefice con altri e testimone di cento allestimenti scenici per opere liriche e balletti, si è raccontato in azione tra le quinte (di sinistra) a una scrittrice di Pordenone, Maria Pina La Marca, pugliese per quanto riguarda la sua originarietà, in dimestichezza anche con la scrittura lirica eseguita andando a capo spesso. La mia Fenice edito da Media Naonis.

Maria Pina La Marca, La Mia Fenice dietro le quinte (Media Naonis 156 pp 10€).

VENEZIA (e.r.r.) — Alto cento ottanta sei centimetri, pesante cento chilogrammi, sprovvisto di arredo pilifero sia facciale sia craniale, modello gigante buono nato a Venezia il 29 marzo 1963 in Calle del Perdon 1303 («...all'Ospedale della Pietà, dietro la chiesa omonima in Campo della Bragola»), dotato di un excursus scolastico interrotto alla fine del secondo anno di una scuola professionale, successivo al triennio delle scuole medie, si è raccontato a una maestra insegnante nelle scuole elementari, Maria Pina La Marca, che lo ha letteratureggiato e biografato in un libro intitolato La mia Fenice edito da Media Naonis a Pordenone (pp. 156 – bianche comprese - euro 10).

Un libro che si può leggere in sessanta minuti o poco più, illustrato con sei fotografie più dodici documenti fuori testo. Scritto da La Marca col proposito di compiere un esercizio scrittorio rispettoso di ciò che le è stato raccontato in prima persona (a mozzichi e spizzichi, come suol dirsi) dal Del Puppo: ruolato voce narrante con frasi che risultano ben ritmate, periodi accortamente scansionati e pagine sapientemente architetturate. Esemplare il capitolo intitolato Il ritorno.

Tale libro ha una struttura a strati come certe torte, costituita da capitoli che si sovrappongono alternandosi per biografare il vissuto familistico del Del Puppo e svelare con rammarico il dietro le quinte di una esperienza di lavoro creativo interrotto per intraprendere l'attività lavorativa in un tappificio distante trentacinque chilometri dal proprio luogo di residenza: Polcenigo, il paese natio del nonno paterno.

Il mio La Fenice gli manca come titolo ad hoc. È uno di quei libri buoni ai contemporanei per soddisfare la curiosità e indispensabili ai posteri quando vorranno capirci qualcosa di questo folle presente per loro passato. E inevitabilmente come reperto bibliografico ai venezianofili di tutto il mondo, considerando preziosa l'aneddotica che lo farcisce. ★

Giugno, 2013