Depressioni e latitudini

Depressioni e latitudini

Gemone di Velieronero d'Oltremare

Seduto sul divano leggevo notizie diverse per argomento e per importanza cronologica di pagina: «L'odonomastica veneziana (i nizioleti) sarà italianizzata»; «Le betulle impazzite del Minnesota ingrassano per la troppa anidride carbonica».

Pistola giocattolo abbandonata.

...Sovrappensiero mangiavo a desco. Niente papassini (dolci sardi) per commemorare i defunti: tradizione che lascio passare spoglia. Di conseguenza procede il rito, ogniqualvolta, a passo di vedova addolorata. Ed io non imbraccio gladioli. Resto ritto — senza fascia nera dalla chiusura a velcro — solitario, pensoso. Ciò, compiaciuto, con digressioni ed ellissi da distribuire per indole, mi ricorda l'arco del portale a livello inferiore della casa del Petrarca ad Arquà. Parallelismo che s'è aggiunto agli altri tanti in un Soul Sacrifice alla Woodstock 1969.

Lasciati i parenti ai programmi televisivi, ho inforcato la mia mountain bike rosso-bianca, non senza prima aver gonfiato le ruote con un compressore trasportabile, del tipo con morsetti collegabili alla batteria dell'auto. Da giorni, nell'agglomerato campestre, correva la voce di una pistola lasciata cadere in una piazzola di sosta.

La bici rumoreggiava: nel dettaglio, i comareghi veronesi (molini natanti sull'Adige na-vi-ga-bi-le di una volta), da lungi, eran meno chiassosi. Le marce non funzionavano. La catena non si spostava agli output dei comandi manuali. Proseguivo a pedalare. Un po' allerta in quanto il mio viaggiare poteva essere udito da rabbiosi pastori tedeschi dietro ai cancelli delle proprietà private.

Facevo incetta di verde: alberelli di cachi dalla crescita a serpentina; spogli mandorli dai tronchi spiraliformi; brevilinei e potati lentischi; cèspiti di rucola con fiorellini gialli; olivi con annessi irrigatori programmati; prunalbi; cipressi aperti ad ombrello dai numerosi strobili; slanciati pioppi; melograni, aranci e limoni ospitanti contadini che frescheggiavano fuori di casa.

Concord era così vicina nei miei voli pindarici; vicino all'autonomo Nuovo Mondo a alle intuizioni dello spirito che acquistano esperienza.

Dossi. Incroci. Salite. Discese. Traverse di strade vicinali.

Del penetrante puzzo di metano mi anticipava la decomposizione di un gatto pezzato in cunetta.
I freni a tamburo stridevano. I tendini del polso destro si tendevano. Si dilatavano e restringevano i miei vasi sanguigni dalle tonache intime.

Faceva caldo nonostante il mese di novembre. Procedevo a maniche corte. Sulla sinistra un maneggio ed un centro sportivo.

Poche le auto. Ancor meno le moto.

L'asfalto, in più parti rabberciato, aveva banchine non transitabili traboccanti di cumuli di terra a granuli.

Che sentivo per mezzo dei copertoni.

I capelli si ribellavano davanti ai miei occhi che avvistavo addensamenti di fumo dalla fragranza di castagne arrosto. La fossetta del giugulo si imperlava. I polpacci s'appesantivano di acido lattico.

Rievocavo nella memoria l'amica e friulana Lisa che staccava dopo dodici ore di lavoro, e che ripeteva a se stessa «Nulla è per sempre». M'intristivo di drammatici passaggi non vissuti. E la immaginavo sdraiata nel suo piccolo lettino-asse da stiro con sul ventre un carlino acciambellato. Un portatile senza cavo per comunicare con l'amata madre lontana. Sigh!

...Posizionato col piede il cavalletto, ho raccolto una semiautomatica. Una calibro 9 tutta sporca di fango ed incrostata. Leggera. Maneggevole. Bella... Ho fatto pressione sul pedale per il ritorno.

Talora rimontavo — appiedato — un dosso che aveva da contraltare del grigio che si faceva pungente. Infilato il maglione che mi cingeva le spalle, correvo lungo il rettilineo lasciando i pedali alla ciclica replica meccanica del girare.

La pistola intascata ed assicurata sbatteva contro la coscia. Non avvertivo senso di sicurezza da questa, nemmeno quando intercettavo la sorveglianza dei cani; tanti da non superare i Giovi delle città greche.

Accidentaccio! Inequivocabilmente la mia passione bambinesca per le armi da fuoco non c'era più.

Eppur son tanti i gradassi che credono d'avere un pene supplementare. Anziché usare il cervello (che non posseggono) si imbaldanziscono ricorrendo alla violenza verbale e materiale. S'appuntano sul petto una spilletta trash. Si fanno tatuare il nome del proprio cane: baluardo di fedeltà assoluta. Dopoché vanno in cerca di una lite. Mi fanno pensare a Carlo VIII di Valois che attraversava l'Italia (fatto passare da un servile Piero de' Medici esecrato dal Savonarola flagellatore) per rivendicare il proprio diritto dinastico sulla Corona del Regno di Napoli.

Rivendicava, il re.

Rivendica il buzzurro dal pene fittizio: pieno di sé. Ha la pretesa di violentare, uccidere, rubare, danneggiare, ecc. Prende quello che non è suo in nome di un suo socialismo. Di una propria ideologia che farebbe rivoltare nella bara Cesare Beccaria. Tempo addietro sarebbe stato considerato eretico. Ora ruba ostie consacrate nel milanese.

Dove stiamo andando? Come difenderci da questo tripudiare di ore perse da far torcere il viso? Dobbiamo armarci come bimbi durante il carnevale?

Ho raccattato da terra una pistola giocattolo, perché il fanciullino che è in me mi ha spinto a farlo. Tale fanciullino non gioca con quelle vere. In tutta coscienza mi sento una cellula di Dio. Un Dio che ha come scenario un bellissimo paesaggio. Che sia vespro o mattino o buio, io non porto scarpe zuppe d'acqua cattiva.

Ho imbustato l'oggetto raccolto; e l'ho conferito nel giusto raccoglitore.

Piove, … ★

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Novembre, 2013