Confessioni tardive

Confessioni tardive

Fenomeni di moda

Gabriele Drago

Scoppia il caso, e non solo in Italia ma in molti Paesi del mondo, delle sconcertanti dichiarazioni di signore e signorine, prevalentemente attrici piuttosto note, che rendono noto al grande pubblico solo dopo anni, e addirittura decenni, di avere subìto violenze sessuali di vario tipo quand'erano in giovane età, a volte anche giovanissima. E l'opinione pubblica litiga e si spacca. Tra chi, giustamente indignato, è solidale, e chi invece ritiene una colpa non aver denunciato il proprio violentatore perché andarci a letto e tacere è comunque servito a fare una brillante carriera.

Un manifesto della campagna anti-violenza (fonte: alFemminile.com).

Non chiedeteci di difenderci, scrivono alcune donne a proposito delle violenze sessuali che molte, specie di questi tempi cupi, subiscono. O forse le subivano anche prima, solo che non si veniva a saperlo. O se ne veniva a conoscenza molto raramente.

E’ giusto non chiedere loro di difendersi. Difatti nessuno, a quanto sembra, lo chiede. Anche perché sarebbe stupido. Difficile pensare che una donna possa difendersi dalle violenze di un energumeno.

Il problema infatti non è questo. Il problema, o meglio, il caso di cui si discute, e piuttosto animatamente, in questi giorni, e con molte opinioni differenti, sono le confessioni tardive con cui alcune signore e signorine, prevalentemente piuttosto note, parecchie delle quali di mestiere fanno le attrici, hanno reso noto di aver subìto violenze sessuali di vario tipo, quand’erano in giovane età, a volte anche giovanissima, da uomini potenti e possenti.

Violenze alle quali non hanno potuto o non sono state capaci di opporsi. Di dire di no. Violenze che hanno subìto in silenzio e che hanno taciuto per anni. A volte per decenni.

Alcune di loro adesso chiedono pubblicamente solidarietà. Possono certo averla. Come tutte le vittime di violenze sessuali, qualunque sia il luogo di lavoro, anche se non fanno le attrici. Però non possono impedire che ci sia qualcuno che la pensa in modo diverso. Che cioè ritiene che una vittima, se non denuncia la violenza subita, diventa complice lei stessa di quella violenza.

Il fatto apre più di un interrogativo. Specialmente se la vittima che non ha denunciato il suo violentatore, non lo ha fatto, più che per paura, per interesse. Per il proprio interesse. Per fare carriera, insomma. Perché il violentatore, nella maggior parte di questi casi, era il suo datore di lavoro. O comunque una persona influente che poteva aiutarti a fare carriera. Attrice o impiegata o barista che fossi.

No. Per avere la nostra solidarietà, avresti dovuto, no, non difenderti, non avresti potuto. Ma avresti potuto, avresti dovuto, questo sì, denunciare il violentatore. A suo tempo, non molti anni dopo. Per la tua dignità innanzitutto. Anche a costo di rischiare la carriera. Ci sono molte donne –per fortuna- che lo hanno fatto.

Perché se uno/a vale, magari ci mette più tempo, ma alla fine la carriera la fa lo stesso, senza bisogno di finire –magari anche più di una volta- nel letto del violentatore.

Se invece subisci la violenza e taci, e magari proprio grazie a quella violenza fai carriera, e la denunci solo dopo decenni per avere un titolo sui giornali visto che i giornali di te non si occupano più, allora, scusa, sono solo affari tuoi. A noi non interessano. Non chiedeteci di difendervi.

LA PAGELLA

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Ottobre, 2017