Circo Scritto - Uno Spettacolo

Circo Scritto
Uno Spettacolo

Monografica da Ridotto

Luca Colferai

Il circo della tristezza e il suo alfiere, il clown triste, sono tra i più beceri stereotipi che la non ancora defunta cultura del novecento ha faticosamente elaborato nel corso della sua lunga agonia. Assieme alla crisi dei valori, alla fine delle ideologie, al superamento della destra e della sinistra, alla necessità del lavoro che nobilita l'uomo, il circo e il clown tristi sono il vertice cui alcune tra le più brillanti intelligenze novecentesche sono riuscite a giungere.

Circo Scritto - Uno Spettacolo - La Monografica da Ridotto (gennaio 2013)

Già il melodramma operistico di fine ottocento, con la giubba leoncavalliana e l'esortativo ottativo mitico Ridi pagliaccio, aveva segnato la via del terribile e facilissimo paradosso del comico fuori tragico dentro: nel 1904 la registrazione di Enrico Caruso vendette oltre un milione di copie, la prima storica in un mondo di grammofoni a cilindro e manovella.

Ossimori da scuola elementare, adeguati ad un pubblico borghese che nel secondo dopoguerra anelava a sentirsi anticonformista a tutto spiano. Heinrich Böll, con il capolavoro le Opinioni di un clown (1963), o Federico Fellini, con il suo I clowns (1970) sono gli esempi immediati di questa infelice duplicità: uomini e donne che divertono gli altri ma ogni giorno muoiono dentro. Un'idea balzana così radicata nel profondo dell'immaginario ritardato occidentale da generare prima le spilline e le fotine con il pierrot e la sua nera lacrimuccia poi, dopo un quindicennio, il definitivo demonio multiforme mangiabambini di It di Stephen King.

Il risultato, invece di far pensare spettatori e lettori all'insensatezza umana della finzione quotidiana del vivere sociale nel sorridente Occidente combattente, ha finito per generare nelle povere menti delle masse più o meno colte l'incredibile idea che il circo sia triste e che gli uomini e le donne, e anche gli animali, che ci vivono e ci lavorano siano tristi anche loro. E che addirittura possano fare paura.

Dire apertamente che il circo è triste e pensare che dietro il trucco di ogni clown ci fosse un innamorato dilaniato un depresso cronico terminale — o un maniaco omicida vomitato dagli inferi — divenne negli ultimi decenni del secolo scorso una dimostrazione di grande brillantezza intellettuale, come lo è oggi dire che destra e sinistra sono superate: un dolce veleno imbecille da somministrare a piccole dosi nei salotti della demenza.

Non è da escludere che anche i circensi, animali compresi, abbiano delle brutte giornate. E magari un pianto se lo fanno anche loro, come quasi tutti. Ma a conoscerli tutto sono tranne che tristi: moltissimi si divertono tantissimo. Sono uomini e donne di grande bellezza, di grande abilità, di grande coraggio, di spensierata avventatezza, di geniale fantasia, di grande cuore, di quotidiana fatica e di spettacolare divertimento. ★

Gennaio, 2013