Barba ci cova 3

Barba ci cova (III)

Vuolsi così scrivere dell’arredo pilifero facciale greco antico e romano imperiale

Enzo Rossi Ròiss

«Che barba!» è una esclamazione che esprime insofferenza, anche detta o pensata da chi ha già letto i primi due capitoli e medita di non leggere altro, perché si è convinto di avere acquisito abbastanza sapere barbesco, tanto che potrebbe «far venire la barba» la lettura d’altra scrittura barbina.

Jupiter Tonans al Museo del Prado (Madrid, Spagna). Fonte Wikipiedia.

Devo continuare, invece, scrivendo un intero capitolo che ha per argomento le barbe coltivate dagli antichi greci e romani: per «servire di barba e capelli» chi continuerà a leggere anche i capitoli successivi, che scriverò barbisemantizzando tutto ciò che ho appreso e pensato relativo alla barbicultura, ai suoi sostenitori (barbilàtri & barbidùli) e ai suoi detrattori (barbìfobi) di ogni tempo, compreso il nostro (di chi scrive e di chi legge)…in barba a ogni aspettativa differente.

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I greci dell’età classica hanno portato una barba tagliata a tondo, con baffi. I loro predecessori, vissuti nell’era arcaica, l’hanno portata anche senza i baffi e ricciuta. Fra le tante facce barbute dei letterati greci, ci risultano sbarbate le teste di Solone, Antistene, Eschine, Demostene e Aristotile: così come fra i letterati romani, quando già da più secoli nell’antica Roma non si usava più coltivare la barba, ci risultano barbuti soltanto Tacito, Seneca e qualcun altro. Plutarco e Dione hanno sostenuto che la barbicultura sia durata fino ai tempi di Alessandro Magno (356 – 323 a.C.), al quale si continua ad attribuire la decisione di ordinare alle truppe la rasatura totale della faccia, alla vigilia di ogni battaglia, giustificandosi col dire che così non avrebbero avvantaggiato il nemico consentendogli di prenderli per la barba durante gli scontri corpo a corpo. Quasi certamente, però, si tratta di una leggenda metropolitana coeva che il fantasmatico scrittore sette-ottocentesco del quale ho deciso di continuare a essere ghostwriter, commenterebbe scrivendo come qui di seguito.

A dirla come liberamente la penso, mi pare codesta una di quelle novellette, di cui il merito e l’interesse consistono in una risposta: novelletta che tanto piacque ai nostri antichi compilatori e storici, replicata poscia in tante per lo più scipitissime guise dai nostri raccontatori. Una riflessione per altro mi farebbe credere vero il fatto: ed è, che tanto più avrebbe avuto ragione Alessandro, quanto che l’orde nemica non offriva un simile vantaggio, essendo per uso sbarbati i Persiani e gli Asiatici tutti, in que’ tempi. Certo è pure che questa precauzione da molt’altri bellicosi popoli fu praticata, e a questa attribuisce Ateneo l’uso di radersi in guerra negli Arabi antichi, negli Abanti, nelle colonie della Misia, nei Careti ed Etolii; e ben ne mostrava l’intenzione il non recidere i capelli, che nel sincipite, o parte anteriore della testa.

L’uso di non radersi per ordine di Alessandro Magno risulta accreditato da chi ha scritto testi nei quali tale uso risulta divenuto una moda attecchita anche nella Roma coeva. Docet il brano che segue: «I barbuti Romani si opposero a questa nuova usanza che minacciava supplizi quotidiani e riuscirono a resistere validamente fino al secondo secolo avanti Cristo. Ma infine capitolarono e cento anni dopo, i barbuti erano ridotti a sparuti drappelli, guardati dagli altri con ironia e gratificati di titoli quali caproni, lanuti e simili. Le botteghe dei barbieri si moltiplicavano e giunse il tempo che lo stesso Cesare si sarebbe vergognato di andare in giro con la barba non rasata di fresco». Le personalità più illustri della civiltà romana, perciò, in seno alla quale risulta nato il cattolicesimo, hanno usato radersi accuratamente e solo gli schiavi hanno portato la barba. Chi tra imperatori e senatori, come Marco Aurelio, ha coltivato la barba, lo ha fatto perché di origini orientali o per omaggiare culture orientali o filosofiche.
Nei reperti scultorei dell’antica Roma come dell’antica Grecia, hanno la barba tutte le teste dei filosofi (che per lunga tradizione l’hanno considerata propizia alle «cogitazioni»), le teste dei legislatori (che l’hanno coltivata per incutere rispetto) e le teste dei poeti e di tutti gli uomini illustri: sin verso la fine del quinto secolo di Roma. Sono numerose le teste che la portano coltivata con cura e artifizi, tanto da non credere che tali barbe siano state tutte oggetto di attenzioni e studio specifico, ma piuttosto siano state modellate tali dagli artisti, che per dar prova della loro abilità, le hanno intagliate con esagerata diligenza, scolpendo ogni singola pietra marmorea. Filosofi, legislatori, poeti e uomini illustri, sino alla fine del quinto secolo di Roma, perciò, ci risultano raffigurati barbuti. Allorché l’uso di farsi crescere la barba è divenuto obsoleto, nell’antica Roma sono stati raffigurati con barba folta soltanto Tacito, Seneca e qualcun altro.

Gli antichi romani hanno usato tagliare la prima barbetta ai giovani dopo avergliela fatta coltivare per alcuni mesi, in un giorno (depositio barbae) che è stato vissuto come un giorno di festa. Facendo scrivere, poi, a un moderno italiano: «Tutta la città, nel settembre del 39 a.C. venne informata del fatto che Ottaviano Augusto si era fatta la prima barba. Nerone giunse a far mettere i suoi primi peli in una pisside d’oro massiccio che venne solennemente offerta a Giove Capitolino. Trovò un imitatore in Trimalcione, il nuovo ricco: costui, alle folle di invitati e di scrocconi che popolavano la sua casa, mostrava con orgoglio una pisside, non meno preziosa di quella di Nerone, che era religiosamente custodita nella sua cappella privata, tra i Lari. La festa della prima barba la celebravano anche i meno ricchi, che si accontentavano di riporre i peli in un semplice vasetto di vetro». Subita la prima rasatura, i sudditi dell’Impero dei Cesari hanno potuto dedicarsi alla barbicultura sino al compimento del quarantesimo anno di età, dopo il quale è stato possibile cominciare a radersi ogni giorno, attribuendo alla barba la facoltà di somatizzarre giovinezza.

Nel romanzo Messalina di Alfred Jarry (1873-1907), uno dei personaggi dice: «È amico tuo, Vitellio; io, tuo collega, voglio essergli amico con questo consiglio: sei giovane, Asiatico, devi avere appena quarant’anni, hai ormai il diritto di raderti la barba con il rasoio, lasciando ai più giovani l’uso della forbice».

Giulio Cesare (100 – 44 a.C.) nei suoi commentari c’informa che la barba è stata in uso nella collettività, perché considerata onorevole: anche nelle popolazioni germanica, celtica e gallica. E sono numerose le citazioni, sia greche sia latine, che possono essere trascritte virgolettate per supportare tale informazione. Poiché la loro lettura in questo libro potrebbe essere considerata inutile, oppure noiosa, però, da chi è sbarbato o porta poca barba, basti al lettore la trascrizione di alcuni proverbi: Barba virile decus, et sine barba pecus (la barba è decoro dell’uomo e chi è senza barba è pecora) — Philosophum non facit barba (la barba non fa il filosofo).

Giuliano, imperatore apostata (332-363 d.C. – imperatore dal 360 al 363 d. C.) come risposta ai motti di spirito degli abitanti di Antiochia (metropoli del cristianesimo e raffinata città dell’Oriente) che lo canzonavano con alcuni versi anapestici per la sua barba, ha scritto un’operetta satirico-polemica intitolata Misopogon(L’odiatore della barba), durante la sua permanenza in Antiochia di Siria tra l’autunno 361 e il marzo 362. «In essa gli Antiocheni risultano irrisi come faciloni a tutte le novità, come pedanti lussuriosi, ignoranti presuntuosi, delicati, farisei, nemici delle barbe e della antica severità dei costumi e non comprensivi di quella Romanità prisca e sana, veramente civile e imperiale».

A Roma è stata coltivata la barba fin dopo la metà del quinto secolo, terzo della repubblica, quindi. E vi è stato un momento, nel quale i romani sono stati grati alle barbe dei loro senatori allorché li hanno onorati in uno dei momenti peggiori: come si apprende leggendo ciò che scriverò qui di seguito, ruolandomi ancora una volta ghostwriter del già esibito autore d’epoca diversa da quella mia coeva e di chi legge ciò che scrivo.

Brenno, dopo aver invaso e soggiogata l’Italia, fu protagonista del cosiddetto «sacco di Roma» Si narra che, entrato alla testa dei Galli nel Campidoglio, fu sorpreso e sconcertato dal trovar presenti soltanto gli anziani senatori tutti barbuti e in attesa, pronti a perire per la patria, destinandolo a essere poi combattuto e sconfitto dal valoroso Marco Furio Camillo. Accadde ciò nel 390 (a.C.) dalla fondazione di Roma: sessantasei anni dopo, scoppiò una generale rivoluzione nelle barbe romane. Da quali cause sia stata preparata, ci son troppo mal noti i tempi per poterlo congetturare. Sarebbe eccessivo riflettere e congetturare sul perché durante la seconda metà del quinto secolo comparvero nella Magna Grecia l’armata di Pirro, e in Roma i suoi oratori e cortigiani, che alterarono non poco e ammorbidirono, rammollendole, le austerità romane, nelle maniere come nelle idee. Gli è certo che al costume del recidere l’onor del mento tardarono poco a succedere i depilatori, le fregagioni, gli unguenti, i bagni odorosi, e le così varie mollizie dei romani allorché primeggiarono al mondo dei vizi, siccome in tutto il resto.

Checché ne sia, Publio Ticino Menea condusse seco dalla Sicilia una truppa di barbieri coll’armi loro, le sole che in Roma sino allora non eran note e apprezzate. Tale fu l’impeto della moda subitanea, che il sommo Scipione Africano (235-183 a.C.) non seppe sottrarvisi a detta di Plinio: e dicon anzi, che fu uno de’ primi a farsi radere. Or vedi dopo un cosi grand’esempio, se non doveva spargersi ed adottarsi il nuovo uso. Per durare poi questo sempre, almeno ne’ giovani, e negli uomini adulti, come s’accordano gli scrittori sulle romane antichità nel dire, che a cinquant’anni la lasciavano crescere di nuovo, per preparare alla vecchiezza il suo più conveniente ornamento. Nuova rivoluzione di barba segui alcuni secoli appresso, quando Adriano fu eletto imperatore (76-138 d.C. – imperatore dal 117 al 138 d.C.). Sin’allora nessuno de’ suoi predecessori fu raffigurato barbuto sulle monete, medaglie, e statue. Vuolsi ch’ei la nutrì e conservò per coprir con essa alcune cicatrici nella guancia, che agli occhi suoi lo deformavano. Si sa, che a tutte le qualità del guerriero e del gran capitano egli ne accoppiò delle strane di molto e disparate. Basterà ricordarsi del suo Antinoo, e degli ultimi versi, che fe' morendo. Dopo lui, fedelmente ritennero la barba i successori, e passò anzi in Oriente con quelli, che portaronla sul trono di Costantinopoli. Ad imitazione del principe, i grandi, i personaggi distinti per carica, o per certa fama, gelosamente coltivarono la barba, più però nel greco oriente, che nel latino occidente. Non sembra per altro, che il popolo, o nessun altra numerosa classe di società, ne ebbe dipoi conservato l’uso. Prova di questo è quanto ci riferiscono i cronisti del medio evo, parlando di Clodione antico re de’ Franchi. Regnò egli sul principio del quinto secolo, epoca dell’universale decadimento dell’impero romano in Occidente. Vinte e disperse per le tante provincie le armate imperiali, o l’una dall’altra distrutte nel contrasti degli aspiranti all’impero, o dai nuovi popoli del settentrione sconfitte, gran numero dei romani restò nelle Gallie, conservandovi le proprie mode e costumi. Volle Clodione, che al primo vederli si distinguesser da suoi franchi, e dai galli, primi abitatori del paese: perciò fe' in modo e coll’esempio e con leggi, che i suoi nutrissero barba e capelli, a differenza dei romani.★

Bar­ba ci co­va© Per gen­ti­le con­ces­sio­ne del­l'au­to­re — Ri­pro­du­zio­ne vietata

Aprile, 2012

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Frammenti tradotti in italiano del Misopogon dell'imperatore Giuliano (leggibile qui sopra ma scorrendo un poco giù nella finestra) si trovano in Schiarimenti e Note alla Storia universale di Cesare Cantù (edizione 1845 in 35 volumi) in Google Libri e in traduzione inglese in: Ancient History Sourcebook: The Emperor Julian: Misopogon (or "Beard-Hater").

Altre immagini: 

Socrate. Marmo Romano del secolo I, forse copia marmorea da un bronzo di Lisippo. Museo del Louvre.
Aristotele. Marmo pentelico, secoli I-II, forse copia marmorea da un bronzo di Lisippo. Museo del Louvre.
Demostene. Marmo Romano forse ispirato ad una statua in bronzo di Polyeuctos (ca. 260 a.C.).
Giuliano II. Moneta coniata ad Antiochia tra il360 e il 363 d.C.
Busto loricato di Adriano. Marmo, età adrianea (117-138 d.C.) Musei Capitolini Roma.