Processo postumo

Il secondo impeachment di Donald Trump

Per la prima volta nella loro storia, gli Stati Uniti stanno per assistere alla messa in stato di accusa (impeachment) di un ex presidente (Donald Trump). Il processo, previsto nel Senato USA nella settimana a partire dall’8 febbraio, è il secondo per l’ex presidente, ma ora l’accusa è pesantissima: aver incitato la rivolta nel Campidoglio (Capitol) di Washington il 6 gennaio 2021 (cinque morti, di cui uno della polizia). Con alcuni precedenti: papi e dogi.

COSMOPOLI — Comunque vada a finire, il processo è alquanto insolito, e negli Stati Uniti l’impressione è notevole. Da una parte le domande: «si può mettere sotto accusa un presidente che non è più presidente, e perché?». Dall’altra parte la meraviglia: «incredibile! mai successo prima».

Alle domande si può rispondere con quanto scrive Michael Blake (su The Conversation): «L’impeachment del presidente Trump è un’indicazione della necessità di evidenziare, attraverso una dichiarazione definitiva, ciò che nessun presidente dovrebbe fare. Definirà anche i limiti morali della presidenza e, quindi, sarà un messaggio ai futuri presidenti che potrebbero essere tentati di seguire le orme del presidente Trump».

Negli USA l’impeachment non è una procedura penale; è generalmente descritto come «quasi criminale» nella legge americana. Secondo Michael Blake: «Le giustificazioni filosofiche fornite per l’istituzione del diritto penale, tuttavia, potrebbero aiutarci a capire il fine a cui questo impeachment potrebbe essere utile. Il diritto penale può svolgere una varietà di funzioni. Inabilita il criminale, attraverso l’incarcerazione; ha una funzione retributiva, costringendo il criminale a subire una punizione proporzionata al crimine; ed esprime una visione particolare sui limiti della diversità morale, ponendo un limite al tipo di azione che una società accetterà».

Monito per il futuro

Quest’ultima funzione: di segnalare alla società il reprobo (essendo fuori luogo le prime due) è quella che motiva, secondo Blake, la strana messa in stato di accusa di un presidente che non è più presidente, ma da presidente ha spinto all’eversione dello stato: «Il criminale,  o il presidente colpito da impeachment, potrebbe anche non provare vergogna. La funzione della legge penale, tuttavia, è quella di affermare che dovrebbe vergognarsi e che coloro che compiono questo genere di azioni sono al di fuori del regno del normale disaccordo morale».

Non si tratta tanto di una vana vendetta postuma, come molti Repubblicani cercano di affermare disperatamente, ma della certificazione dei limiti a cui (persino) un presidente deve attenersi.

Ma negli Stati Uniti, abituati a considerare il Presidente come l’uomo (finché non eleggeranno una donna) più potente del mondo, vederne uno che che non lo è più messo in stato di accusa come se lo fosse ancora è veramente singolare. Lo storico Frederik Pedersen  (ancora su The Conversation) prende spunto da una pretestuosa illazione difensiva di un dimenticabile esponente dei Repubblicani per ricordare il singolare processo (in presenza) del defunto papa Formoso.

Un papa

Il centoundicesimo papa della Chiesa (nato nel 816, in carica dal 891 al 896) otto mesi dopo la dipartita terrena fu esumato, processato ed infine punito corporalmente dal successore Stefano VI. Vestito dei paramenti pontifici fu collocato su un trono nella basilica lateranense per rispondere di congiura contro lo Stato, per lui parlava un diacono all’uopo nominato. Il processo s’inquadra nella secolare faida tra fazioni e famiglie per la conquista del trono papale (con l’appoggio di Francia e Germania, o Spagna nei secoli successivi) e per noi moderni non riveste alcuna importanza, anche perché in seguito Formoso fu riabilitato.

Comunque sia, sulla scorta del diritto germanico allora in vigore, la macabra messinscena si concluse inevitabilmente con la punizione corporale del defunto: dannata l’anima, annullati tutti i suoi decreti terreni e spirituali (dannati pure i sacerdoti da lui ordinati); il cadavere denudato dei paramenti, amputate le tre dita della mano destra usate per le benedizioni, fu trascinato per strada dalla folla urlante e gettato nel Tevere. Tre giorni dopo, un monaco (dopo mirabile visione) lo trovò sul litorale di Ostia.

Scrive Frederik Pedersen: «Donald Trump, al momento barricato nel suo resort di Mar a Lago in Florida, non subirà le umiliazioni del cadavere di Papa Formoso. Ma, come Formoso, vedrà molte (se non tutte) delle sue decisioni e nomine ribaltate in questi primi giorni di presidenza di Joe Biden. È interessante notare che, dopo la morte di Stefano VI, Formoso fu riabilitato e il suo papato reintegrato dalla chiesa».

«Si dice che Trump — continua Pedersen — nel frattempo, stia ancora valutando un ritorno alla politica statunitense. Avendo perso l’accesso all’equivalente moderno delle tre dita di Formosus — le sue piattaforme di reti sociali — non può più trasmettere facilmente favori o ispirare i suoi seguaci. Ma, come ora sappiamo, sono successe cose più strane».

Molti dogi

Ai veneziani, trattando invece di potenti che considerano la carica proprietà personale, saltano alla memoria alcuni dei dogi del passato. Sebbene i loro poteri effettivi fossero molto limitati (ma non nei primi secoli) il valore simbolico della carica dogale, ricalcato sulla figura dell’imperatore di Bisanzio, era forse anche maggiore di quello di un presidente degli USA; e per molti il funzionamento effettivo della repubblica democratica della superpotenza americana è molto simile all’oligarchia plutocratica e plurisecolare della Serenissima, in cui solo i più ricchi potevano accedere al seggio supremo.

Primo fra tutti Marin Falier che fu eletto l’11 settembre 1354 e decapitato il 17 aprile 1355 dopo rapidissimo processo per aver ordito assieme ad altri un colpo di stato che lo avrebbe dovuto rendere padrone dello Stato, trasformando la Repubblica in Signoria. Come scrisse Petrarca (a Venezia si trovava benissimo) in una lettera che riporta l’emozione prodotta in tutta Italia, l’evento rappresentò una inconfutabile lezione per i futuri dogi, per imparare ad essere «le guide e non i padroni dello Stato. Che dico le guide? Unicamente gli onorati servitori della Repubblica».

Soprattutto nei primi secoli la tentazione di trasformare la carica elettiva in dinastia fu fortissima. In molti furono sommariamente messi sotto impeachment con una procedura mutuata dai bizantini: rasatura del capo, abbacinamento, decapitazione (a pochissimi: l’esilio perpetuo o la monacazione). A partire dal primo (quasi sicuramente mitologico): Paolo Lucio Anafesto. Secondo le fonti, non proprio attendibili, morì dopo vent’anni e sei mesi di governo e fu sepolto a Eraclea; alcuni storici antichi lo dicono vittima di una rivolta perpetuata da alcuni maggiorenti di Malamocco ed Equilio che uccisero anche i suoi figli. Come scrive Giorgio Bertolizio («A spasso per Venezia con i dogi» I Antichi Editori, 2018): «Nella versione più probabile, considerati i tempi, Pauluccio Anafesto, come si è accennato, sarebbe rimasto ucciso nel 717, insieme al figlio e a tutti i suoi parenti. Rozzo ma efficace espediente, per evitare successioni dinastiche, che sarà attuato dai lagunari per parecchio tempo. Comunque sia andata, il suo mantenimento del potere per vent’anni rende presumibile che il dogado, ancorché allo stato embrionale, non fosse al suo tempo molto ambito, come lo fu invece nei secoli successivi».

 

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