In memoria di Alberto D’Amico

Un omaggio al geniale cantautore

Alberto D’Amico, recentemente scomparso, è stato uno tra i più significativi cantautori veneziani degli anni Sessanta e Settanta. A partire dal suo album più celebre Ariva i barbari, ha cantato la Venezia del suo tempo, sempre con particolare riguardo alla condizione degli umili e degli oppressi. Un poeta ribelle. Lo hanno ricordato, al circolo culturale Renato Nardi della Giudecca, il presidente Luigi Giordani, che ha consegnato alle figlie una targa ricordo, e alcuni amici di un tempo, come l’organizzatore di spettacoli Massimo Grandese, già direttore del Teatro Toniolo, e i giornalisti Alberto Vitucci e Roberto Bianchin. Pubblichiamo l’intervento di Massimo Grandese.

 

VENEZIA — Quando mi invitano a parlare in occasioni come questa, mi sorge spontanea la domanda: “perché sono qua, perché hanno chiamato proprio me?” In questo caso no, questa domanda non me la sono posta: se sono qui è perché me l’ha detto proprio Alberto, che posso starci. Alberto D’Amico, in persona, quando nel suo ultimo disco Flores (sono passati 15 anni), nei ringraziamenti scrisse così: “a Massimo Grandese perché c’era, c’è e sa”. Chiesi subito ad Alberto che cos’è che sapessi e lui, col suo modo di fare sbrigativo, mi disse: “ti ti sa… Mi so che ti ti sa”. Questo era Alberto. Sintetico. Immediato. Spontaneo. Eppure era soprattutto contraddittorio. Ci sono tante chiavi di lettura per tentare di conoscere Alberto.

Per questa occasione ho scelto proprio il suo essere contraddittorio. “Aveva un dono assoluto”, come ha scritto Leonardo Mello nel suo bellissimo ricordo di Alberto a due giorni dalla sua scomparsa: “aveva un dono assoluto: guardava, ascoltava e l’immagine si faceva parola”. Questo è quello che ho sempre ammirato di Alberto: la sua capacità di sintesi, come lui riuscisse a sintetizzare questioni importanti, questioni complesse in un testo essenziale, che si faceva canzone. Una canzone che aveva sempre un’immediatezza. Che la sentivi subito, che arrivava dritta, di qualsiasi cosa parlasse, fosse storia della sua città, fosse politica del momento, fosse anche… amore. Sì, Amore. Perché anche questa può essere una chiave di lettura per conoscere fino in fondo Alberto.

Perché per provare a conoscere bene Alberto occorre accettare e accedere alle sue contraddizioni. Di Alberto, credo di non sbagliare, si ha un’immagine di uomo tetragono, sicuro di sé, uniformemente coriaceo, combattivo, assolutista. Ma per me, non è affatto così Alberto. Il rude e duro Alberto, il perenne combattente, nasconde, ma non più di tanto, un animo sensibile e gentile. Nonostante la sua formazione, che proprio lui ci racconta. Quand’era ragazzino, alla Giudecca, poco più che bambino. Per tutti aveva un soprannome, il suo nome di battaglia. Il nome che lo contraddistingueva nelle sue imprese. Volete sapere come lo chiamavano e perché lo chiamavano così? Allora, vi prego, lasciate che io mi affidi alle parole stesse di Alberto: si tratta di un breve stralcio di quella che è la sua autobiografia, Sette case, dove Alberto si racconta e dichiara la sua appartenenza a quest’isola.

La mia Seconda Casa in calle dei Nobili al 606/a (sarebbe bello metterci una targa…) era un piano terra con le inferriate alle finestre e un cortile di cemento. Il cambio fu traumatico, tanto che mi passò la voglia di studiare. Alla Duca d’Aosta, in classe, non riuscivo a stare fermo e il maestro Ancona mi dava le bacchettate sulle dita. La Giudecca era un altro vivere, ma poco a poco mi ambientai e cominciò a piacermi. Eravamo tanti e crescevamo in fretta, tutti avevamo un soprannome, il mio era Tamasso, perché dicevo sempre: “vien qua, vien qua te digo, vien qua che ta masso, ta masso”. Ricordo le pietre e i vetri rotti della Junghans, le corse sulle barche, le nuotate in mutande, Andrea Chimisso che si tuffava dal Ponte Lagoscuro  (Cosma).

Andrea Chimisso, scrive Alberto. Ma è più facile pensare che si riferisse ad Amedeo Chimisso, un piccolo pezzo di storia dell’isola. Chimisso era nato nel 1946 e, come tutti i ragazzi di laguna, aveva imparato subito a nuotare nei canali sotto casa. Però qualcuno lo vide e lo portò ad allenarsi al Dopolavoro ferroviario. Il 28 gennaio 1966 sui cieli di Brema vi fu un disastro aereo: morirono sette nuotatori azzurri, sette promesse olimpioniche, in viaggio per partecipare ad un importante torneo internazionale. Fu una Superga del nuoto. Tra loro c’era anche lui, Amedeo, il talento veneziano. La tragica scomparsa fu il lutto di un’intera comunità. Il feretro di Chimisso, avvolto in un’enorme bandiera con i cinque cerchi olimpici, fu seguito da una folla davvero impressionante e silenziosa, in un mesto corteo che si snodò lungo tutta la fondamenta della Giudecca. Ma riprendiamo la narrazione di Alberto.

Verso la fine degli anni ‘50 alla Giudecca si arrivava a remi o a bordo di un vaporetto che andava a carbone. In Campo Marte c’erano le giostre e d’estate facevano la Festa de l’Unità. Andavamo a vedere la televisione nella sede della Democrazia Cristiana in Calle delle Erbe, Fausto faceva pagare la consumazione e, con una spuma che costava venti lire, vedevamo Lascia o raddoppia, Il Musichiere, Canzonissima. Da Renosto si compravano gli elettrodomestici a rate e la fòrmica cominciava a sostituire i tavoli di legno. Da Martini, il bar della Palanca, c’era la macchina cromata per fare l’espresso, i flipper con le biglie d’acciaio, il jukebox con Matilda di Harry Belafonte e Only you dei Platters. Sul retro si giocava a carte e intorno al biliardo c’erano i ragazzi pettinati con la brillantina. In calle dei Nobili alle due del pomeriggio si apriva la porta del patronato. Ricordo il campo di terra, quel pallone sempre sgonfio e le piste segnate col gesso dove correvano i tappi con le teste di Coppi, Bartali, e Coblet. Dalla riva vedevamo il sole sulle Zattere, l’Isola delle Foche rimaneva all’ombra e noi, a cavallo di un bastone, ci ammazzavamo con le pistole di latta. Eravamo poco più che bambini, tutt’altro che innocenti. Nel libro Cuore vinceva la bontà, ma da noi vinceva il più forte. Ci rompevamo in testa le spade di legno e il sangue era vero. Aggressivi, sempre pronti con le mani, imparavamo a colpire e quando facevamo le bande, eravamo capaci dei giochi più crudeli.

    Copar i gati co le matonele
    sbusarghe i oci coi feri de le ombrele
    sigar in campo e far le bande
    po’ far la guera coi bastoni e coe fionde…

Le sue origini saracene mescolate con questo imprinting sociale hanno forse fatto sì che Alberto si mostrasse arcigno e intransigente. Ma a mio avviso, dentro aveva un animo gentile, a volte perfino timido. Sembra un assurdo, eppure… tra le sue canzoni, quelle meno conosciute, ci sono canzoni d’amore, c’è l’emozione di un bacio, c’è una romantica luna. Ci sono fiori. Come il titolo del suo ultimo disco, Flores, nato e cresciuto a Cuba e poi edito qui in Italia da Valter Colle. In quel disco Alberto è immortalato in due foto con una magnolia in mano: la prima delicatamente tenuta in grembo, l’altra impugnata fieramente verso il cielo. Ecco. Ancora. Due aspetti della stessa persona. Le contraddizioni che fanno grande un uomo. Quel disco racchiude tante volontà, tante cose da dire. Due mondi da fondere. Le sue vite da incrociare. Ma Alberto decide di dedicarlo a una figura fondamentale della sua vita, a Luisa Ronchini, scomparsa nel 2001. E anche in questa occasione Alberto dà spazio alle sue contraddizioni, ai conflitti interiori che ci aiutano a conoscerlo meglio. Ma tutto ciò in un’esplosione di fiori e di commozione. Una profonda emozione, che Alberto non ebbe timore di comunicarmi: Luisa gli mancava tantissimo.

A quel tempo, da Venezia, per arrivare a Trapani ci volevano ventiquattro ore. Adesso in dieci arrivo a Santiago de Cuba. I viaggi della mia infanzia erano avventure senza fine; ora vado e torno e quasi non me ne accorgo. Il mondo mi si fa piccolo, mentre i ricordi crescono col tempo e la musica li agita, come l’aria muove i fiori.

Flores…
Tu, Luisa, eri l’acqua per non farli seccare, eri il sole quando gelavano, eri custode del loro profumo e del polline. La tua voce era un seme e… quando ti cantavi che bea che ti geri, dala boca te nasseva fiori.
Flores… per tornare a Venezia dove tu cantavi.
Flores… per tornare a Santiago de Cuba con le canzoni piantate nel cuore come pali. In questa estate, la luna ha i capelli più bianchi e i gabbiani dormono aggrappati alle gru del Mose. Hanno scavato canali, rafforzato ponti, diserbato i campi.
La Casa del Boia è diventata un ufficio amministrativo e sulla gondola sventola la bandiera americana.
L’altra sera dalle Zattere guardavo la Giudecca: mi sentivo strano e straniero, rivendicavo le mie canzoni, ma sull’acqua rossa del Canale galleggiavo inutile come un rifiuto di plastica.
Flores… per convincermi che questa riva è ancora mia, per rivedere gli amici… pochi granchi ancora rimasti. Cerco abitanti senza i quali non c’è posto dove stare, cerco la città-anima.
Venezia, facce volate via come schegge di una bomba, voragine incolmabile celata dalle impalcature e dagli intonaci gialli.
Santiago de Cuba, facce di pelle dura africana, tuoni e tamburi: preciòn arterial alta.
Luoghi diversi dell’anima, strofe della stessa canzone.
Solo cantando posso abitarle come se fossero una città sola.
Luisa, voglio affidarti Flores: tu che sai… non farli appassire.

Era il giugno del 2005 quando Alberto scriveva queste parole. Quindici anni dopo, in un giorno di giugno, il 19, Alberto ci ha lasciati. Ora è il momento di elaborare il dolore del distacco. Lo possiamo fare anche così, lo possiamo fare ricordando, testimoniando, affermando il valore umano, intellettuale e artistico di un compagno vero. E forse, proprio con l’aiuto di tanti amici, contando ancora una volta sulla cocciuta volontà dell’editore Valter Colle e sostenuti dalla fiducia e dai sorrisi di Lisa e Daria, le figlie, spero che possa vedere la luce un libro, dedicato ad Alberto, per ricordare Alberto, per riconoscere il suo ruolo in questa Città. Per sempre.

In memoria di Alberto DAmico