I misteri di Bose

Mea culpa mea culpa mea maxima culpa

Cosa c’è dietro la sconcertante decisione delle gerarchie vaticane di cacciare il monaco Enzo Bianchi dalla comunità di Bose che egli stesso aveva fondato nel 1965. Accuse vaghe, fumose e poco chiare di «comportamenti abusanti». Serve chiarezza. Senza contare che il noto saggista e intellettuale non è un prete ma un monaco laico, e la sua comunità solo «un’associazione privata tra fedeli». Fastidiosa perché aperta alle donne e al dialogo tra fedi diverse.

COSMOPOLI – Da non credente (ma curioso di teologia), mi interesserebbe conoscere le ragioni per cui le gerarchie vaticane (in primis, il segretario di Stato) hanno cacciato Enzo Bianchi (settantasette anni) dalla comunità monastica di Bose (Magnano, Biella), che lui stesso aveva fondato nel 1965, dopo cinquantasei anni di attività sostanzialmente apprezzata anche al di fuori dei confini. Vorrei sapere, insomma, quali colpe ha commesso: se ha rubato dalla cassetta delle elemosine, carezzato le tettine a una suorina, alzato il saio davanti ai fedeli, sputato nell’acquasantiera, tirato freccette al crocefisso, dato fuori di matto.

Con la sua eterna, insopportabile ipocrisia, la Chiesa ufficiale non lo ha spiegato. Si è limitata a dire, sempre attraverso il suo ineffabile segretario di Stato, che da una «visita pastorale» non meglio identificata, sarebbero emerse delle non meglio precisate «serie problematiche», insieme ad altrettanto non meglio specificati «comportamenti abusanti all’esercizio dell’autorità del fondatore e la sua gestione del governo, a detrimento del clima fraterno». Tutto qua. Troppo generico. Troppo poco chiaro. Troppo oscuro. E decisamente troppo poco per giustificare una decisione così drastica. Diteci cos’è successo davvero, per amor di verità, e magari il nostro giudizio sul conto di Enzo Bianchi, che era ed è molto positivo, potrebbe anche cambiare. Nel senso che rimarrebbe inalterata la stima per il pensatore e per il saggista, ma magari potrebbe cambiare quella per l’uomo. Perché sono anche i comportamenti nella vita di ogni giorno a fare una persona.

Ma al di là del merito (e noi facciamo il tifo per Enzo Bianchi), c’è anche un’altra questione, e non da poco: vale a dire, l’ingerenza vaticana in una comunità che è sì una comunità cristiana, ma è solamente «un’associazione privata di fedeli», sia pur riconosciuta a norma dei canoni del codice di diritto canonico, di cui fanno parte anche donne, monaci e monache, appartenenti a chiese cristiane diverse, e che è diventata un fertile e raro punto di incontro e di dialogo tra opinioni e fedi diverse. E forse è qui che bisognerebbe andare a cercare qualche ragione per quanto è successo.

Da ultimo, ma non in ordine di importanza, non va dimenticato che Enzo Bianchi non è un prete, non può dire messa né confessare. È un monaco sì, ma un monaco laico, cioè un’altra cosa. Si potrebbe dunque discutere della sua dipendenza dalle gerarchie vaticane, e sulla facoltà di quest’ultime di cacciarlo non da una chiesa o da un convento (che sarebbe stato legittimo), ma da quella che è solo «un’associazione privata» da lui fondata e dunque di sua proprietà, dove può fare legittimamente ciò che vuole. Salvo abusi, appunto. In attesa di conoscere quali sono, e di quale entità, noi stiamo con Enzo Bianchi, e facciamo voti per il suo ritorno a Bose.


LA PAGELLA

Enzo Bianchi. Voto: 8 (fino a prova contraria).
Segreteria di Stato del Vaticano. Voto: 5 (per la reticenza e l’ipocrisia).

 

I misteri di Bose