Il paradosso di Venezia

Aspettando che tornino quegli odiati turisti

Con troppi turisti Venezia muore. Senza turisti Venezia muore lo stesso. Quello che sconcerta è che nell’anno trascorso dall’inizio della pandemia, a nessuno dei governanti della città lagunare sia venuto in mente di utilizzare questo periodo per riprogettarne il futuro, regolamentare un fenomeno destinato inevitabilmente a riproporsi, modificare gli accessi alla città, organizzare le prenotazioni, disegnare un destino che non sia solo quello da osti e locandiere. Il caso limite dello storico caffè Florian. 

VENEZIA – Con troppi turisti Venezia muore. Senza turisti Venezia muore lo stesso. È la proprietà commutativa, come insegnavano a scuola: cambiando l’ordine dei fattori (o degli addendi, se preferite), il risultato non cambia. Il paradosso è la realtà: l’unico dato davvero certo. Il resto sono chiacchiere. Inutili, insopportabili chiacchiere. Tutto molto veneziano.

Travolta e strangolata da masse orrende, maleducate e scomposte (trenta milioni di turisti l’anno suppergiù, nessuno è mai riuscito davvero a contarli), Venezia soffocava prima della pandemia. Impossibile muoversi. Camminare, salire su un vaporetto, trovare un bar decente, un ristorante abbordabile, un negozio di prima necessità, un lavoro normale (per chi lo cercava) che non fosse l’oste o la locandiera. Tanti soldi in cassa per chi lucrava bassamente sulla città, ma destino tristemente segnato per la città. Veniceland e basta.

Adesso è un anno che la città è vuota. Tristemente vuota, tolti i sabati folli e irresponsabili di adesso per gli assembramenti dello spritz prima delle diciotto. La maggioranza delle case sono chiuse. Vuote. Le finestre sbarrate. Sono le case che i veneziani andati a vivere in terraferma affittavano ai turisti. Adesso che i turisti non ci sono più potrebbero affittarle ai residenti o a chi vuole andare a vivere a Venezia.  Invece no. Preferiscono tenerle chiuse aspettando che tornino i turisti (che tanto torneranno, prima o poi, è logico). Meglio aspettare di guadagnare mille euro a settimana piuttosto che accontentarsi di ottocento al mese adesso. È il mercato, bellezza.

Ma senza turisti la città appare morta. Cinquantamila abitanti (e in maggioranza anziani) in un centro storico che ne aveva il triplo solo cinquant’anni fa, e che addirittura era arrivato a contarne fino a quattrocentomila nei secoli passati, non sono sufficienti a farne una città viva. Non c’è quasi nessuno in giro, non parliamo la sera. Non sono chiusi solo le case in affitto (la maggior parte) e gli alberghi (praticamente tutti). Rimangono chiusi, pur potendo aprire, molti negozi (logico, la maggior parte vendevano paccottiglia per turisti), e rimangono chiusi, pur potendo aprire fino alle diciotto, molti bar e ristoranti. Logico anche questo. Anche loro lavoravano quasi esclusivamente con i turisti.

Intendiamoci: si rimpiange una città che non c’è più. Non si rimpiangono di certo quei negozi che vendevano cineserie per un euro e quei ristoranti senza cuochi né cucine che spacciavano cibi preconfezionati fatti arrivare da fuori e riscaldati al microonde. Non c’è da preoccuparsi nemmeno se a pandemia finita (perché prima o poi finirà) non riapriranno più. Al loro posto ne arriveranno altri. Con le stesse schifezze. Riapriranno un secondo dopo che i trenta milioni di turisti saranno tornati, com’è logico che sia, dato che da tutto il mondo vorranno venire a vedere Venezia appena sarà di nuovo possibile.

Non è questo che sconcerta. Lo è, piuttosto, il fatto che sia passato un anno dall’inizio della pandemia (e probabilmente ne passerà anche un altro prima che vada via), e nessun governante della città dei Dogi non più Serenissima si sia posto il problema di utilizzare questo periodo per pensare e progettare la città del futuro. Del dopovirus. E dire che era l’occasione giusta per ripensarne il ruolo, studiare le alternative possibili alla monocultura (monoincultura) turistica, stabilire un tetto compatibile di ingressi giornalieri, modificare gli accessi alla città, istituire un sistema di prenotazioni delle visite, riorganizzare i percorsi culturali, gli spazi museali, gli itinerari naturalistici e così via. Invece nulla di tutto questo. Dominata da combriccole corporative di interessi parassitari, Venezia non fa nulla tranne che aspettare che tornino i turisti. E con i turisti i schei.

Emblematico il caso dello storico caffè Florian di piazza San Marco. Un portavoce della società che ne è attualmente proprietaria ha detto che non riaprirà i battenti (pur potendolo fare) perché a Venezia non ci sono turisti, e i veneziani non ci vanno.

Bisognerebbe togliergli la licenza, e darla a qualcuno che se ha un caffè lo tiene aperto, per veneziani o per turisti non importa. E comunque ha torto.

Se i veneziani non ci andavano al Florian (e non è poi così vero), ci sarà un motivo. Guardi davanti a sé: il caffè che gli sta di fronte, il Lavena (peraltro anch’esso colpevolmente chiuso), pullulava di veneziani, quanto meno all’ora dell’aperitivo. Lo stesso Florian, quand’era governato dalla gentilezza della signora Daniela Vedaldi (sempre rimpianta), e brillava per iniziative artistiche e culturali, era pieno di veneziani.

C’è sempre un motivo. Adesso anch’io, che da veneziano andavo al Florian, ho un valido motivo, quando riaprirà (se riaprirà), per non andarci più.

LA PAGELLA


Venezia coi turisti. Voto: 4
Venezia senza turisti. Voto: 5
Governanti di Venezia. Voto: 3
Veniceland. Voto: 4
Caffè Florian. Voto: 4
Daniela Vedaldi. Voto: 7
Caffè Lavena (prima del lockdown). Voto: 7
Caffè Lavena (per non aver riaperto). Voto: 5

 

Il paradosso di Venezia